Alan, what you, Done?!

«E' l'alba di un nuovo giorno qui a London city, sono le 6 del mattino del 13 novembre e c'è una nebbia da gelare il sangue. Mr. Morning vi da il buon giorno e vi grazia con una vecchia hit, un po' di energia! qui su Radio Rock'em»

Una mano arrivò sulla sveglia poco prima che le note iniziassero a propagarsi nella piccola stanza. Alcuni mugugni sotto le coperte mentre la mano scivolava dalla sveglia all'asse laterale del letto. Il secondo arto ad uscire da sotto le coperte fù la gamba destra, andò sul pavimento per mettersi a sedere. Gli occhi faticavano ad aprirsi ma non avevano scelta.

«Buon giorno a lei Mr. Morning» Disse Alan. La luce filtrava poco dalla finestra chiusa, si alzò allora per avvicinarvisi, poggiò la mano sul muro vicino mentre con l'altra alzava la tendina. «Dannazione, stamattina è quasi peggio che in Silent Hill» Rimase a fissare l'esterno per qualche attimo ma l'unica cosa che riusciva a distinguere erano i banchi di nebbia che con lentezza disarmante si muovevano. Scosse il capo e si diresse verso il bagno per la prima fase della preparazione, poi all'armadio per scegliere il completo. Tutti gli indumenti erano stirati e scivolavano sul corpo magro dell'uomo come una seconda pelle. Una volta allacciate le scarpe si avviò alla porta e raccolse due mazzi di chiavi dal mobiletto affianco: uno aveva una targhetta con scritto "Macchina" l'altro "Stanza 2/11".

Aprì la porta e una ventata gelida gli aggredì il volto. La Chiuse dietro di sé e iniziò a camminare verso l'ascensore, i finestroni delle scale condominiali erano aperti e da essi si vedeva il bianco della nebbia. Richiamò l'ascensore e appena arrivò premette il pulsante che lo avrebbe portato al piano interrato. Si guardò allo specchio, si aggiustò la cravatta e sorrise, perfetto, come sempre. Quando le porte si aprirono camminò fino al proprio garage e qui premette un pulsante sul telecomando, la saracinesca iniziò ad alzarsi. Alan entrò nella sua berlina aziendale, elettrica, senza accessori particolari se non la radio, tuttavia pulita e di gran classe all'esterno. Accese la berlina e dalle casse ne venne una voce: 

«Qui ancora Mr. Morning su radio Rock'em 105.7 sono le sette e quindici e sembra che oggi la nebbia abbia deciso di bloccare molte strade, la polizia locale ci dice di guidare con attenzione e noi lo diciamo a voi, amanti del rock. Ricordate che essere rock non è sfrecciare a centotrenta sulle strade cittadine, si è rock nell'anima!»

Alan annuì a questa affermazione «Nell'anima!» ripeté, facendo il verso alla voce della radio. Uscì dal piano interrato, azionò i fendinebbia e si tenne sui trenta orari. 

Un semaforo lo intimò di fermarsi, per strada non c'era nessuno e tutto era perfetto. Scattò il verde e partì, la macchina scattò in avanti rapidamente e Alan iniziò a impostare la curva a destra, un'ombra nella nebbia attrasse la sua attenzione e poco dopo sentì una botta nella parte anteriore della macchina. Frenò immediatamente. Guardò in avanti. Niente. 

Azionò le quattro frecce, indossò il giubbetto catarifrangente e scese dalla macchina. La nebbia era ancora molto fitta e vide soltanto una sagoma nera. Si chinò e trovò un anziano signore ammantato in una specie di cappa nera. Il volto di Alan sbiancò al vedere il viso sofferente dell'uomo.

«Signore! signore!!» disse Alan, l'uomo non rispondeva. Lo scosse con maggiore vigore ma ebbe l'unico risultato di rigirare il corpo sull'asfalto. Dopo un rumore osseo, la testa non si mosse a seguire il corpo. Inorridito, Alan fece alcuni passi indietro, lenti, poi altri più veloci. Salì in macchina e chiuse lo sportello. Ingranò la retromarcia e dopo aver scansato l'ostacolo, ripartì sgommando. 

«N-non è stato niente, n-non sono stato io, è stata colpa del ve-vecchio, si. Del vecchio. Si… è così...»

Arrivò alle otto e quindici al grande palazzo in cui lavorava, non era in anticipo come il suo solito ma ancora in orario. Parcheggiò la macchina nel garage interrato e dopo aver preso la valigetta da lavoro richiamò l'ascensore. Varcò le porte e premette il pulsante per salire al tredicesimo piano, un motivetto allegro gli distese i nervi. Prese un fazzoletto di stoffa dalla tasca del pantalone, vi si asciugò la fronte e il viso e, quando le porte si aprirono, lo ripose. Alla vista dell'uomo si palesarono i cubicoli in metallo. Iniziò a percorrere il corridoio fino alla propria postazione, giunto lì poggiò la valigetta sulla scrivania, la aprii e dall'interno prelevò una tessera per l'accensione del computer, la inserì. Il sistema si avviò. 

Guardò con la coda dell'occhio il monitor per controllare il processo di avvio e vide un'immagine che lo fece alzare in piedi. La valigetta si chiuse, i suoi occhi fissi sullo schermo che proiettava il corpo contorto di un vecchietto, il viso sofferente e le labbra che mute si muovevano, chiedevano aiuto. Alan fece qualche passo indietro, chiuse le palpebre per un attimo e una volta aperte, sullo schermo c'era l'icona dell'azienda. Le palpitazioni che avevano colto l'uomo, lentamente rallentavano fino a quando, con pesantezza, non si lasciò cadere sulla sedia. Dopo un profondo respiro, si riprese.

«Hei Alan, buon giorno! tutto bene ragazzo?» La voce proveniva dall'ingresso del cubicolo, un uomo era poggiato sul varco con le braccia conserte, lo guardava perplesso dapprima al volto poi,  al busto.

«Carino, alla moda… » l'uomo indicò Alan.

«Sì, Josh, tutto bene grazie…  alla moda? cosa?» Alan si guardò e vide il giubbetto catarifrangente ancora sul proprio corpo. «Oddio» Alan iniziò ad agitarsi, guardava a destra e a sinistra poi lo tolse e lo posò sulla scrivania. 

«Per la nebbia vero? non si è mai sicuri in questi giorni, basta un attimo e…  zac! ti tirano sotto con la macchina» disse

«S-sì, Josh…  sì…  con questa nebbia, non si è mai abbastanza sicuri per strada, avevo proprio dimenticato di toglierlo, sai, troppo concentrato sui progetti, t-troppo lavoro. Non vedo l'ora che arrivino le ferie, ne avrei DAVVERO bisogno» Alan si tirò indietro i capelli gellati nervosamente e allargò il nodo della cravatta per respirare meglio. 

«Sì… a guardare la tua cera ne hai bisogno ragazzo. Sembra tu abbia visto un fantastma. In gamba eh…  buon lavoro» lentamente Josh si allontanò. Alan roteò sulla sedia e si appoggiò alla tastiera del computer. Guardò lo schermo, era completamente grigio, nebbioso. Mosse il mouse pensando fosse il salvaschermo ma non vi furono risultati. Riavviò il sistema. «C-calma Alan... forse è lo shock» si disse l'uomo poi notando che lo schermo continuava ad essere grigio nonostante il riavvio, decise di alzarsi e uscire dal suo cubicolo. Iniziò a muoversi in direzione dei bagni unisex della struttura e una volta raggiunti vi entrò. Erano desolati. Sul muro dove erano poggiati i lavelli un lungo specchio mostrava le cabine per l'ingresso alle toilette. Si avvicinò a un lavello e mosse il miscelatore dell'acqua in modo da far uscire una temperatura tiepida, poggiò le mani ai lati del lavello e si guardò allo specchio. 

Ora non era più così perfetto, bianco nel volto, capelli scomposti e la cravatta cadente. Non era per niente perfetto. 

Unì le mani sotto il getto dell'acqua e, dopo averle riempite, le portò al viso chiudendo gli occhi. Si sentiva meglio, ripeté un paio di volte l'atto fino a quando non lavò via tutta quell'ansia e paranoia improvvisa che si annidava tra le pieghe delle sue rughe. Dietro di lui sentì uno tirate uno  sciacquone, alzò lo sguardo sullo specchio a osservare chi sarebbe uscito dalla toilette e quando la porta si aprì, dall'interno un anziano signore ne uscì. Alan lo osservava, non ricordava di averlo mai visto in azienda tuttavia, aveva un volto familiare.

«Aaaah... la mia povera vescica non resiste più come una volta...» disse l'anziano avviandosi al lavabo affianco a quello di Alan «Buon giorno giovanotto, tutto bene?»

«Sì, grazie... lavora qui per caso? Mi sembra di averla già vista...»

«No no... sono di passaggio con una ragazza, solo, dovevo andare al bagno»

«oh, eppure mi sembra di averla già vista in precedenza»

«Non saprei giovanotto, magari... sei stato in Sri Lanka?»

«No mai! Assolutamente... avrei voluto andarci quando ci fu lo tsunami, ma... presi a lavorare poco dopo.»

«Oh, io partii volontario invece... quando ero giovane, proprio per lo stesso motivo. Strano... beh, se non è stato lì... magari ci siamo conosciuti dopo... Sei mai stato alla Radio Rock'em? Forse ci siamo conosciuti lì, facevo il fonico per alcuni programmi pomeridiani... all'incirca alla tua età credo»

«hmm... no, non credo... non sono mai stato alla Rock'em. Come è stato lavorare lì?»

«hahahaha... uno spasso, gli altri fonici erano molto simpatici. Soprattutto Mr. Morning beveva litri di caffè per riuscire a svegliarsi in tempo a fare il programma. Mi è dispiaciuto molto quando è passato alla SubSystem Radio.»

«Non vorrei sembrare sgarbato, ma a dire il vero Mr. Morning è ancora alla Rock'em...»

«Ehm... no... era passato alla SubSystem, la Rock'em non esiste più da una ventina d'anni»

«oh... se lo dice lei signore» Alan si guardò intorno

«Beh, se non alla radio, non saprei... Ho fatto così tante cose nella vita che mi è difficile ricordare tutte le persone che ho conosciuto. In ogni caso, lei è? Magari il nome mi aiuta»

«Alan Done, piacere di conoscerla, signor?»

«Oh che coincidenza, omonimia, non mi capita dal lontano 2014»

«ehmm... certo... lontano... siamo ancora nel 2014» disse sottovoce Alan «E' sicuro di stare bene signore? Vuole che chiami un medico?»

«Oh no tranquillo, mi fa solo male un po' il collo. Credo che sia meglio che vada ora, quella ragazza mi sta ancora aspettando... però... lascia che ti chieda una cosa. Sei felice della tua vita giovane Alan?» 

«Penso... di sì...» 

«Pensi? Guarda che ne hai solo una» 

«penso...c-credo... non lo so...» 

Alan rimase in silenzio quando l'uomo si avviò all'uscita. Ripensò al dolore del vecchio e come un flash, ricordò dove aveva già visto quell'anziano signore. Impietrito non lo salutò nemmeno e andò alla toilette occupata poco prima. Appeso alla parete c'era una cappa nera, un po' sgualcita. La prese e corse all'uscita, dopo aver superato la porta si fermò, c'era una ragazza che lo guardava. Pallida in volto, come se avesse il cerone, capelli e vestiti neri. Tendeva il braccio in direzione della cappa.

«Potrebbe darmi il mio mantello?» disse la ragazza con una voce innocente e un sorriso dolce

«E'-è l'amica del signor Done?»

«...Sì... si potrebbe dire che siamo amici»la donna prese il mantello tra le mani nel momento in cui Alan glielo passò, lo mise sulle proprie spalle e se lo chiuse qualche attimo. Lo guardò negli occhi.

«Grazie Alan...» lei lo abbracciò

«Ma cosa... signorina...» dopo averlo stretto, tolse il mantello e glielo poggiò sulle spalle

«Ricorda, solo una volta.» disse lei, guardandolo negli occhi

«Che diavolo, chi è lei?»

«Un'amica...» Gli diede un bacio sulla guancia e prese a correre verso le scale dell'ufficio. Alan era impietrito ancora una volta, confuso dal fiume di avvenimenti che lo aveva travolto da quando era sveglio. Fece dei passi in direzione della scrivania e dal cubicolo di Josh proveniva della musica.

«Sono le otto e trenta e purtroppo finisce qui il nostro tempo insieme, un abbraccio e un saluto da parte di Mr. Morning! E' stato bello passare questo tempo con voi dal cuore Rock alla vostra anima, ma, come ogni bella esperienza, purtroppo deve finire. Questo è stata la mia ultima messa in onda, ringrazio Ben della regia e la Rock'em per la possibilità e spero di ricontrarvi presto. Vi lascio però con la mia canzone preferita. Free Bird dei Lynyrd Skynyrd qui su Radio Rock'em, 105.7, la musica della vostra vita 24 ore su 24!»


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