Detective Rock Travis Capitolo 1

Un noir dove sceglierete voi la strada del protagonista

 

La coltre notturna copre questa città agli antipodi del mondo. Guardo fuori dalla finestra e vedo la pioggia scrosciante bagnare i vecchi palazzi di questa periferia malfamata nel vano tentativo di ripulirne i peccati, ma… Dio… neanche una nuova alluvione riuscirebbe a pulire il sangue da queste strade. Mi verso un bicchiere di whisky e mi siedo alla scrivania aggiustandomi il doppiopetto. Guardo il liquido ambrato e mi torna alla mente l’ultimo lavoro e con esso le zampe sporche del sangue dell’ostaggio che non sono riuscito a salvare. Trangugio il liquore di un fiato e lo sento scivolare giù per la gola come le fiamme dell’inferno.

«Te le meriti le fiamme dell’inferno, Rock! Quanti ne hai uccisi, eh? Procione bastardo»
Mi giro da dove proviene la voce e vedo Gregor il mastino con un buco in testa seduto sulla sedia di fronte alla scrivania.

«Non meno di te, Gregor. Te le sei meritate quelle pallottole e sono stato felice di sparartele di persona» L’alchool che ho in corpo sta iniziando ad annebbiarmi la mente: avevo ammazzato Gregor la settimana prima con la mia fidata calibro 22. Gli ho dovuto sparare tre proiettili per farlo cadere e lo stesso stava per staccarmi una gamba con un morso. Era a capo di un’organizzazione che spacciava droga ai giovani rampolli della città buona. Labrador, Retriever, Corgi… Le famiglie hanno pianto a molti lutti a causa sua.

«E questo fa di te un “EROE”? Sei un assassino, Rock. Quel distintivo che ti porti dietro non ti pulisce l’anima» Fester, vecchia volpe… Ti ho accoppato sulla 46° dopo cinque giorni d’inseguimento. Almeno in quei giorni non hai sfregiato nessuna donna per strada. «Non pensavo di vederti così presto, Fester. Come vanno le cose giù ai piani bassi? Hai trovato qualche demonessa a darti il ben servito?» Mi accendo una sigaretta e tra gli sbuffi di fumo gli spettri vanno via sogghignando.

In questa città agli antipodi del mondo la criminalità agisce alla luce del sole e sono santi coloro che non hanno ucciso almeno una volta. Innocenza è una parola che si perde allo svezzamento e noi procioni lo sappiamo fin troppo bene. Scorro lo sguardo fuori e vedo l’insegna al neon del palazzo di fronte illuminare il cielo scuro. Guardo le gocce cadere in controluce come una pioggia di pallottole in una rapina in banca andata male, sto per fare un’altra boccata dalla sigaretta, ma l’interfono suona distraendomi dai miei pensieri.

«Signor Travis, c’è una cliente. Un caso di scomparsa» all’interfono la mia segretaria Meredith, una gatta Birmana ex modella a cui Fester ha sfigurato il viso. La incontrai alla stazione di polizia che aveva perso tutto, anche la voglia di vivere. Le ho dato un nuovo motivo di esistere ed ora non fa che sentenziare su quanto mi vesta male. Ad ogni procione la propria croce.

«Può entrare» spengo la sigaretta e nascondo bottiglia e bicchiere ai piedi della scrivania cercando di dare un minimo di contegno alla situazione. La porta a vetro si apre e appare una Chow Chow molto anziana, curva sulla schiena con una piccola borsetta rosa tra le zampe. Aveva un cappellino di paglia ed un impermeabile di plastica sulle spalle.

«Detective Travis, buona sera. Sono la signora Kolovich… posso?»

«Prego signora Kolovich, si sieda. Mi dica tutto» La chow si siede con qualche difficoltà sulla sedia in legno e mi fa un sorriso di circostanza.

«Sono cinque giorni che il mio vicino di casa è scomparso… Lei lo sa… In questa città non conviene mai stare soli in casa e da giorni ormai non risponde né al campanello né al telefono. Non ha lasciato bigliettini e sono molto preoccupata. Mi può aiutare?» mi dice con un sorriso dolce da vecchina.

«Non saprei, Signora Kolovich… è già andata dalle autorità?»

«Si, ma hanno detto che sono felici che sia scomparso… Eppure Gufy era così gentile con me… » La signora china la testa e apre la borsetta estraendo una foto. All’interno vi erano un gufo bubo di grosse dimensioni e la signora Kolovitch con lo stesso cappellino di paglia. Mi soffermo a guardare il gufo per un attimo e lo riconosco subito: era Gufy “Quattrossa” Juko, assassino mercenario in pensione conosciuto per la brutalità con cui uccideva i suoi bersagli. Non c’è da stupirsi che la polizia non ne voglia sapere niente.

«Capisco… Era molto legata a questo “Gufy”?» non posso dirle chi è, al gufo non sarebbe andato a genio che avessi smascherato la sua nuova vita e avere Quattrossa contro è l’ultima cosa che vorrei.

«Sì e sono disposta a pagare qualsiasi cifra pur di saperlo vivo e vegeto… è un ottimo giocatore di ramino, sa?»

«Mi faccia pensare signora Kolovitch…»

 Yes                                  NopeAttenzione              Attenzione a sparare!

 


Avete deciso di negare l'offerta lavorativa della Signora Kolovich e la sua generosa offerta, pronti a continuare l'avventura?

«La sua offerta è decisamente allettante, signora Kolovitch, ma di queste cose è meglio che se ne occupino le autorità pubbliche.» Mi sporgo sulla scrivania, cerco uno sguardo di complicità con la Chow.

«Ma se fosse morto? La polizia non ne vuole sapere niente! Signor Travis, la prego!» La Chow sembra sull’orlo di piangere, ma sono inamovibile nelle mie decisioni. Gufy è un mercenario in pensione, questo è vero, ma se qualcuno lo avesse assoldato ancora una volta stargli alle calcagna avrebbe portato soltanto guai.

«Capisco benissimo e sono sicuro che Gufy sta bene. Attenda qualche giorno, magari è uscito a fare una scampagnata nell’East Side e si è dimenticato di avvisarla.» O forse è già morto da giorni. Non lo sapremo mai immagino.

«Forse ha ragione, Detective; forse dovrei solo tornare a casa e aspettare…» Mi alzo dalla sedia e mi avvicino a quella della Kolovitch per accompagnarla alla porta.

«Ne sono sicuro. Spero di rivederla in altre occasioni e magari ad una partita di ramino con Gufy. Buona Serata, signora Kolovitch!» le dico aprendole la porta e quando le tocco l’impermeabile sulla schiena avverto sotto i polpastrelli una strana durezza.

«Meredith, la signora Kolovitch va via. Accompagnala alla porta, per piacere.»

«Certo, signor Travis. Venga signora Kolovitch… le ho già detto che ha un bellissimo cappellino?» Guardo Meredith accompagnare la chow alla porta dell’appartamento e so già cosa mi aspetta. Attendo sullo stipite e conto i secondi fino a tre.

«TU! Mi devi ancora due mesi di stipendio! C’era davvero bisogno di rifiutare un altro lavoro? Quando ti riprenderai dai tuoi traumi dementi, Rock?!  Non si vive solo del tuo stupido whisky e delle tue stupide sigarette! Io devo andare a rifarmi il pelo e ho tutte le unghie trascurate per colpa dei tuoi ritardi nei pagamenti.» La gatta si gira con violenza ed inizia ad additarmi con furia.
«Ma Meredith, era un lav…» Quante volte sbaglierai ancora Rock? Mai interrompere una Birmana furibonda…
«NON ME NE FREGA NIENTE! Voglio i miei soldi, Rock, o ti pianto qui come il tuo assurdo fichus!» Attendo qualche attimo prima di poter prendere la parola e quando la vedo sedersi alla scrivania:

«Hai pienamente ragione, Meredith, ma… Gufy Quattrossa? Non ti puzza un po’ la situazione?»
«Sai cosa puzza terribilmente in tutto ciò? Il mio frigo… DI VUOTO! E sarà lo stesso odore che avrà questa stanza se non mi paghi a fine mese questa volta!»
«Va Bene, va bene! Vado al bar, vuoi qualcosa?» Mi muovo verso l’uscita prendendo l’impermeabile dall’attaccapanni ed il cappello. Quando arrivo alla porta sento dentro di me la consapevolezza dell’ennesimo errore…

«IL MIO STIPENDIO, ECCO COSA VOGLIO! E questa sera mi offrirai la cena, altrimenti non mi vedrai già da domani!»
«Ci vediamo alle 21.30 da Morty allora. Se non mi vedi inizia ad ordinare.» Metto il soprabito ed esco vedendo Meredith tirare un sorriso.

Abbiamo passato momenti peggiori finanziariamente, eppure ogni volta ci tiene a farmi questo discorso per farsi offrire la cena. Una volta si era più diretti nella vita, al giorno d’oggi solo le pistole lo sono.

Esco dallo stabile e alzo l’impermeabile per coprirmi dalla pioggia. Vedo in lontananza la signora Kolovitch girare l’angolo e delle macchine sfrecciare nella pioggia. Supero la copertura di un balcone e m’immetto sotto l’acqua scrosciante. Il bar è dall’altra parte della strada e riesco a raggiungerlo in pochi attimi. Poggio la zampa sul pomello dell’entrata e prima di fare il mio ingresso guardo di nuovo all’angolo dove è sparita la chow.
Quando l’avevo toccata qualcosa risuonò nella mia testa, un campanello d’allarme che avevo maturato negli anni di lavoro. Chiamarlo sesto senso suona talmente da film che mi dà la nausea.

Mi dà la nausea pensare che tutto questo sia solo una storia su pellicola, come se la morte di tutti i miei compagni procioni sia solo un climax momentaneo per far venire il magone agli shiba figli di papà. Questa è la vita vera e dietro ogni porta c’è qualcuno con un fucile puntato pronto a farti saltare le cervella.

Apro l’ingresso del bar ed il suono della campanella mi accoglie come di consueto. Dentro l’atmosfera è cupa e i colori dominanti sono quelli del mogano sporco; la luce fioca nasconde il più delle macchie o almeno quelle di cui non vorresti sapere l’origine. Al bancone c’è Brad, gorilla silverback veterano di guerra. Nonostante nelle battaglie abbia perso quasi tutto il suo plotone, cammina a testa alta felice di aver fatto la sua parte per lo stato.
Due tavoli più in là ci sono Franz, Shelly, Godot e Hike che giocano a poker. Solita partita tra amici in cui tutti barano e vince il più abile. Mi muovo verso il bancone e dalla vecchia TV appesa al soffitto c’è il notiziario.

«Hei, Brad! Il solito.»
«Sei in anticipo oggi…Meredith ti ha strigliato?» mi dice piazzandomi un bicchiere di whisky liscio davanti
«Già, ho rifiutato un caso e se l’è presa. Immagino che non abbia tutti i torti dopo tutto»
«Sei tu il maschio alpha che porta il pane in casa, se scioperi troppo a lungo il branco si rivolterà contro di te.»
«Hai pure ragione. Che dice il mondo?» affermo indicando la tv
«Hanno trovato una vecchietta morta in appartamento, dicono fosse una Chow Chow, ma è difficile capirlo…l’hanno conciata molto male.»

La campanella suona ancora più forte nella mia mente… Una chow chow…

«Si conosce il nome?»
«Victoria Kolovitch. Voci dicono fosse la vicina di Quattrossa»

Calma ragazzo, non puoi aver parlato con un fantasma poco fa. Guardo lo schermo del televisore e vedo alcune foto del notiziario: tra le immagini della vittima ci sono alcune del passato, in tutte aveva un cappellino di paglia uguale a quello che aveva visto oggi. Poi mostrano un’immagine della vittima con la testa completamente scarnificata.

«Non sapevo si fosse fatto una nuova vita Gufy»
«Gliel’ha data la polizia! Ha cantato riguardo un processo, roba grossa di mafia… e lo hanno messo sotto protezione testimoni»
«Quanto mi è venuta a costare questa informazione?»
«La aggiungo alla lista, Rock. Per il momento mi devi 500 uply»
«Te li darò… Appena avrò un caso per cui verrò pagato»
«Dovresti smetterla di lavorare per la gloria e accettare qualche soldo ogni tanto»
«Già… Se questa città non fosse così marcia magari qualche cliente vivo verrebbe anche… Quanto ti devo?»
«Lascia stare, pensa alla tua Meredith e salutamela»

Il tuo istinto non sbaglia mai Rock, quella non era la signora Kolovitch. Una cosa è certa: voleva che cercassi Gufy per conto suo…forse per ucciderlo? Nei grossi processi la mafia esce sempre pulita magicamente. Questa volta però avranno pestato le zampe al bubo sbagliato e lui ha cantato come un usignolo.

Esco dal bar e guardo ancora la pioggia scrosciante. Cosa faccio ora?

  • Mi metto sulle tracce di Quattrossa?
  • Cerco l’assassino della Chow?
  • Forse dovrei lasciare stare tutto e godermi la cena con Meredith…

Un’ardua scelta questa volta… Dove andrà il nostro procione?

La Cena con Meredith                                Alla Ricerca di GufyIndaga sul caso Kolovitch

 


 

Avete scelto la cena con Meredith. D'altronde un procione può pure prendersi una giornata libera, no?

La pioggia ancora imperversa in questo cielo. Speravo davvero che all’uscita del bar potesse smettere, invece no. Tutto questi avvenimenti mi stanno davvero scombussolando e non posso non pensare che ci sia un collegamento tra di essi. La scomparsa di Quattrossa, L’omicidio della signora Kolovitch e l’apparizione del suo fantasma alla mia porta… Devo riflettere. Forse è meglio prendersi una serata per pensare.

Mi avvicino ad una cabina taxi, digito il numero e in pochi attimi arriva una macchina. Dico di portarmi da Morty e l’autista, un macaco con un cappellino, mi alza il pollice verso l’alto. Ci separa un vetro che immagino sia antiproiettile. Leggo di fronte a me la fotocopia della sua licenza da tassista: “Martin McCocco”. Che ci fai qua, Martin? Non avevi proprio altro paese in cui emigrare che questa fogna? Il cognome mi fa pensare che non sei entrato tanto legalmente in paese. Sei stato sfortunato! Hai trovato il falsario con la vena comica, Martin.

Guardo fuori dal finestrino la pioggia battente e sotto le pensiline dei pullman ci sono delle lemuri con vestiti succinti. Tra loro riconosco Paula Stenford… Ancora sotto copertura tra le prostitute a quanto pare. Spero riesca a chiudere in prigione Benedict Fedifrago prima che la scoprano. Tutti sappiamo chi è che comanda il giro delle lemuri, ma le prove…quelle mancano sempre. È per questo che esistono agenti come Paula, quelli che si gettano nell’abisso mossi da buoni e sani vecchi principi, gli stessi che probabilmente la condurranno alla morte.

Questa città odia tutti quelli che non sono corrotti, ne sente l’odore e dissemina tutto intorno il suo morbo per distruggerli. Fisicamente o mentalmente, non importa. Più a lungo vivi più si accanisce togliendoti tutto quello che hai. A noi procioni non ci è mai andata bene. Quando arrivammo qui con la famiglia eravamo i primi:

Entrammo legalmente attraverso la dogana, avevamo tutti i documenti in regola e forse proprio per questo la città ci riconobbe subito. Mio padre, Jack Travis, trovò lavoro come operaio in una delle fabbriche del tempo. Lavorò duro finché poté, finché non riconobbero che le sua capacità andavano oltre la metallurgia. All’inizio erano lavoretti da poco, qualche cassaforte qua e là, degli armadietti… I soldi arrivavano di più e ciò permise sia a me che ai miei fratelli di avere un’istruzione e soprattutto rese possibile a mia madre di accudirci e darci un’educazione, togliendoci dalla strada.

Ero un piccolo procione, un cucciolo che ancora studiava i numeri, quando chiesero a mio padre di aprire una cassaforte molto più grande: il caveau della San Jermano. Vidi la sparatoria in televisione: mia madre piangeva mentre i miei fratelli più grandi coprivano gli occhi delle sorelle, cercando un modo per tranquillizzarle. Notai il suo corpo morto sulle scalinate attraverso la telecamera di uno degli elicotteri e, quando fecero un primo piano, vidi tra le sue dita una nostra foto.

«Siamo arrivati, signore. Sono 5 uply» disse Martin. Scendo dall’auto e mi avvicino al finestrino dell’ autista
«Stai in campana, Martin, e se ti serve qualcosa chiamami.» Gli passo i soldi e tra essi il mio biglietto da visita, lui lo guarda e rimane inebetito per qualche attimo.
«Sei Rock Travis? QUEL Rock Travis?» mi dice. Dannati macachi! Tutti uguali.
«Si, sono “QUEL” Rock Travis. Addio ragazzo.» gli dico battendo due volte sul tettuccio della macchina mentre ancora parlava. Non ho tempo per fermarmi in chiacchiere futili su chi sia chi.

Alzo lo sguardo e vedo l’insegna di Morty, una trattoria nel downtown… Per me è come una seconda casa. Apro la porta di legno e vetro e sento già l’odore di carne soffriggere sulla pietra. Chiudo gli occhi per un attimo per bearmi di quell’odore che mi riporta all’infanzia per un momento, poi sento la voce di Morty parlare con Meredith e i ricordi svaniscono subito. Tolgo l’impermeabile ed il cappello, li poggio all’attaccapanni all’ingresso e mi dirigo verso il tavolo.

La trattoria non è molto grande: ci entrano dieci tavoli tutti coperti da una tovaglia di carta a quadrettoni bianchi e rossi. Al centro di ognuno una brocca di vino rosso della casa. I muri sono tappezzati di foto di Morty con le diverse star della città: sono molto fiero della mia tra Kitty Mash e Francis Ford Doggola… Non me la sono mai meritata! Saluto con un cenno gli altri ospiti, ad alcuni abituali che riconosco stringo la mano poi mi avvicino a Morty e lo saluto abbracciandolo.

«Vecchio procione, come stai?» gli dico… Morty è arrivato alla dogana una settimana dopo di noi, ha subito stretto amicizia con la nostra famiglia, alla fine eravamo gli unici con cui condivideva almeno la lingua. Conobbe mio padre in fabbrica e lì gli esternò la sua passione per la cucina e gli parlò del ristorante che aveva in terra natìa. Gli disse che voleva aprirlo in città, ma qui non si poteva iniziare con ciò che si amava. Ha sgobbato per 10 anni prima di riuscire ad avere la licenza e solo dopo essersi macchiato le zampe di sangue. Questa città non dà niente gratis, men che meno a uply.

«Non male, i soliti dolori alla schiena, ma quella è colpa della vecchiaia che avanza!» mi dice ricambiando l’abbraccio. Vedo sul suo pelo le lunghe striature grigie… Le stesse che avrebbe avuto mio padre se fosse ancora tra noi.

«Quale vecchiaia se sembri più giovane di me?»

«Forse è per via della cucina eccellente, mica come la tua, Rock…» interrompe Meredith. La guardo stranito per un attimo, vedo che si è vestita elegante per stasera… che ci sia una ricorrenza di cui mi sono dimenticato?

«Oh Oh Oh! Volano accuse pesanti qui! Certo è che in confronto a quella di Morty perdiamo tutti!» rispondo simpaticamente guardando poi Morty.

«Bene ragazzi! Cosa posso offrirvi stasera? Potete scegliere il menù di carne, di pesce o misto.» Morty tira fuori il taccuino ed inizia a scrivere alcune cose. Guardo Meredith e attendo che faccia la sua scelta, intanto mi sistemo la fondina da ascella, tenta sempre di uccidermi questa dannata.

«Andrà bene quello di pesce per me. Rock prenderà di SICURO quello di carne, figuriamoci se per una volta cambia abitudine» dice sorniona Meredith

«E uno alla carne per me, giusto per non far offendere la signora.» gli rispondo. Morty segna tutto sul taccuino e batte la punta della biro sulla pagina un paio di volte, poi annota qualche altra cosa e si avvia in cucina.

«Mi sembra strano vederti… Pensavo mi avresti piantata in asso come al solito per chi sa quale cosa.»
«Avrò diritto anche io ad una serata libera, non credi?»
«Già… Ci sono volute solo sette cene da sola per averti qui con me stasera.»
«Scusami piccola, lo sai… il lavoro è lavoro»
«Si… Il lavoro è lavoro...» mi dice con una nota di sconforto
«Comunque ora siamo qui! Godiamoci la serata libera!»
«Si! A dire la verità speravo che almeno ti cambiassi per stasera, non so… una cravatta, un doppiopetto diverso»
«Sono passato dal bar e poi sono venuto direttamente… non mi andava di stare in giro con questa pioggia. E poi lo sai… Le cravatte mi soffocano»
«Si, però… almeno per stasera!»
«Certo, in effetti per queste ricorrenze ci vorrebbe! Ma non volevo farmi aspettare più del solito.»
«Ommioddio, allora te ne sei ricordato!» mi dice sorpresa
«CERTO!» le rispondo con tono ovvio
«E allora dimmi quale…» ribatte con occhio perplesso

Ok Rock, questo è un momento cruciale. Sei sopravvissuto alle sparatorie più difficili con due proiettili nella pistola, cos’è ricordare una ricorrenza? Andiamo per gradi. Che giorno è oggi? Mi schiarisco la voce guardando sulla destra e abbozzo un “ovviamente oggi…”; vedo il calendario di Morty vicino la cassa, ma è dell’anno prima…che tu sia dannato, Morty! Pensa Rock, pensa! Quando sei passato l’ultima volta al distretto? Venerdì, giusto? Venerdì 12. Oggi è mercoledì 17… “oggi è… “ Meredith si sta spazientendo ed ha incrociato le braccia davanti a sé, mentre lentamente alza il sopracciglio destro. Non c’è più tempo! 17 aprile, cosa è successo il diciassette aprile? Meredith sta per aprire la bocca, la interrompo buttando la prima ricorrenza che mi viene in mente. Trattengo il respiro, sento il cuore battere all’impazzata.

«È il giorno in cui ti ho assunta 5 anni fa!» Cerco di essere il più freddo possibile, ma l’unica cosa fredda al momento sono i miei sudori. Meredith chiude la bocca, guarda a destra e sospira.
«Si… Anche se lo si legge in faccia che hai tirato ad indovinare. Sei proprio uno stronzo, Rock!» Il cuore calma la sua corsa e faccio un sospiro di sollievo. Asciugo il sudore con il tovagliolo di stoffa.
«Però me ne sono ricordato, visto? »
«Seh… »

Morty arriva con i piatti e vede la situazione, poggia il cibo e guarda Meredith
«Mi ero dimenticato…segno anche il vino, sì?»
«Si, certo! Due bottiglie per favore» Meredith guarda ancora la porta mentre Morty scrive sul taccuino, poi mi guarda facendomi un occhiolino e mi passa un pizzino sotto banco molto rapidamente.
«Torno con in contorni.» Apro il pizzino e vi leggo sopra “oggi è il suo compleanno non te lo dimenticare
Grazie Morty per la soffiata, anche se un po’ in ritardo. Meredith guarda il piatto in modo un po’ triste, poi fa per alzarsi
«Vado in bagno» mi dice distaccata
«Ti aspetto»

Bene, ho del tempo per rimediare al danno. Appena Meredith entra mi alzo e corro da Morty in cucina.
«Hei bello! Ce l’hai una bottiglia di champagne, qualcosa per festeggiare? Dannazione me ne ero dimenticato ed ho fatto la figura del fesso prima…»
«Si, tipico di te Rock. Mi chiedo se te la meriti una gatta così.»
«E dai… non farmi la paternale, Morty…»
«Si… Si… va bene. Tieni.» Dopo aver aperto un cassetto estrae un piccolo cofanetto
«Sono 45 uply. È un collarino che ho trovato in gioielleria ieri. Sapevo che te ne saresti dimenticato, anche se… a dire la verità… pensavo non saresti venuto stasera come al solito»
«Morty, sei la mia salvezza… Grazie!» Lo abbraccio e gli sfilo il cofanetto dalla mano.
«45 uply, Rock. Non te li dimenticare che questi me li segno.»
«Si si! Aggiungi al conto.»

Esco di fretta dalla cucina, guardo il tavolo e Meredith non è ancora tornata. Mi muovo con il cofanetto in mano, ma appena giro l’angolo impatto in una persona poco più bassa di me.

«Mi scusi, non l’avevo vista.» Non c’è tempo per i convenevoli, senza guardarla mi dirigo al tavolo e metto il cofanetto sotto al suo tovagliolo. Do un’occhiata al bagno poco oltre la cucina, il tempo di sedermi e sento un urlo provenire dalla toilette… è la voce di Meredith!

Corro verso il corridoio, Morty si affaccia dicendo “ma era la voce di Meredith?”, continuo a correre. Apro la porta con una spallata e dentro trovo Meredith con le mani in alto e un tizio dietro di lei con una pistola che punta alla sua testa.

«Non si muova, Detective. Non vuole che alla sua amica saltino le cervella, vero?» Riconosco la voce, leggermente più nasale, ma la trovo simile a qualcosa che ho già sentito.

«Lasciala stare! Cosa vuoi da lei?»

«Da lei? Niente! È da te che voglio qualcosa, Detective. Per il momento che mi faccia passare e uscire dal bagno senza fare scherzi.» Mi allontano dalla porta e guardo fisso l’essere dietro Meredith: si fa scudo con il corpo della gatta lasciando poco spazio per guardare… Anche volendo, se estraggo la pistola ora potrebbe ucciderla sul colpo. «Bravo Detective. Vedo che sai essere molto collaborativo e intelligente quando vuoi.»

L’essere si muove verso la porta ed esce di spalle, ponendo Meredith tra noi. Li seguo ed esco dal bagno, non faccio in tempo a girarmi che un coltello da cucina si conficca nel muro trafiggendo la foto di Viggo Critter. L’essere si gira allarmato e spara due colpi verso la cucina, sento l’urlo di dolore di Morty ed estraggo la pistola dalla fondina. Faccio fuoco verso la mano del malvivente, ma forse per la fretta la manco. Riconosco le dita: deve essere un Carlino.

«Signor Detective, vedo che non se la sente di starsene buono. Mi costringe ad usare la maniera forti!» L’essere punta la pistola al fianco di Meredith e la brucia con la canna. La gatta grida di dolore.

«Bastardo! Lasciala andare!» gli urlo contro.

«A suo tempo, Signor Detective, a suo tempo!» Inizia a trascinare la gatta verso la porta d’ingresso. Li seguo e guardo il corpo riverso a terra di Morty in cucina, sta perdendo sangue. Cerco lo sguardo degli altri ospiti, ma sono tutti terrorizzati… inutile sperare in un eroe. Dovrei sparare, sono sicuro di poterlo far secco con un colpo ben piazzato. Appena penso questo mi torna in mente l’ultima volta… La pistola mi trema tra le mani e non riesco a prendere la mira… non posso rischiare… Non posso perdere anche lei…

«A sentirci presto, Signor Detective!» Esce sghignazzando dalla porta d’ingresso, mentre Meredith urla il mio nome.

Sento dentro di me la rabbia, vorrei inseguirli e fargli vedere con chi ha a che fare, ma sento i gemiti di Morty dalla cucina… I clienti scappano via mentre penso e ora sono davvero nei guai. Inseguire il rapitore o prestare soccorso a Morty? Per quanto il vecchio abbia la pellaccia dura, ha rischiato la vita per salvare Meredith. D’altro canto se me li faccio scappare sarà più difficile trovarli…

Cosa faccio? Cosa faccio?!

Insegui Meredith ma metti a rischio di vita Morty Presta Soccorso a Morty ma perdi le tracce di Meredith


 Avete scelto di prendervi cura dell’amico Morty, caduto per il suo coraggio. Meredith è forse troppo lontana, ma ora c’è da pensare solo al sangue dell’emorragia.

«Dannazione!» urlo nella taverna ormai vuota. Sento la rabbia ribollirmi dentro, ma non ho tempo per pensarci. Meredith sa prendersi cura di sé, mentre Morty… Non ho intenzione di avere un altro procione sulla coscienza. Corro in cucina e vedo il suo corpo a terra, sta perdendo molto sangue dal foro all’addome. Arrivo al telefono della cucina e digito il numero delle emergenze, poi lascio la cornetta appesa e inserisco il vivavoce.

«Dai, Morty! Non mollare, roccia.»
«Che ci fai qui. Corri dietro a quel bastardo!»
«E lasciarti morire? Non se ne parla. Quel carlino avrà ciò che si merita a tempo debito.»
«Pronto intervento. Qual è la sua emergenza?» risponde finalmente l’operatrice
«Ferito da arma da fuoco, perde molto sangue. Mi serve un’ambulanza da “Morty” al Firecracker Avenue.»
«Per quando arriveranno sarò già morto, Rock. Va’ dietro a quel tizio!»
«Se non stai zitto ti scoccio il muso, Morty! Tieni le zampe qua e premi.»
Preso un canovaccio glielo premo sulla ferita all’addome. Il calibro non era pesante fortunatamente, ma non era neanche un giocattolo.

«Può prestare un primo soccorso? Come si chiama? Posso guidarla nelle prime cure» mi dice l’operatrice e mi lascia perplesso… Da quando si prodigano così tanto per un ferito? Di solito cercano di dileguarti e chiamano solo l’obitorio.

«Credo di sì. Morty, hai una cassetta da qualche parte?» Il procione ferito alza un braccio ed indica un cassettone sotto il lavabo.

«Ottimo. Si! Posso prestare un primo soccorso. Sono Rock Travis. Sì, quel Rock Travis se questa è la sua prossima domanda.» Mi alzo e apro il cassettone: all’interno trovo una valigetta verde del pronto soccorso abbastanza grande. Che si fosse già preparato per un’occasione del genere? Forse ogni commerciante ne ha una del genere in questo lato della città.

«Bene, signor Travis. A quanto ho capito il signor Morty è il ferito. Un’ambulanza è in arrivo, ma lei deve prestare i primi soccorsi. Non ho intenzione di perdere la possibilità di mangiare le bistecche di Morty in futuro, quindi ora deve starmi bene a sentire, ok?» Morty ha un angelo in cielo che lo aiuta o ha soltanto molto fattore C. Quante possibilità c’erano di trovare un cliente del ristorante in servizio?

«Bello mio, tu sei davvero un procione fortunato» dico a Morty per rassicurarlo, ma la ferita e tutt’altro che confortante.  Apro la valigetta e vedo ogni genere di boccetta e strumento, oltre ad una mazzetta di soldi, immagino quelli d’emergenza. Sposto le braccia del procione e tolgo il panno insieme al grembiule.  Scosto i peli e vedo il foro poco sopra l’ombelico: avrà preso di sicuro l’intestino.

«Il foro di entrata è a circa due centimetri più in alto dell’ombelico. Credo abbia colpito l’intestino.»

«Ha a disposizione della soluzione fisiologica? Sarebbe utile fare un’iniezione di penicillina, ma non è venduta nelle farmacie… Veda lo stesso, non si sa mai… poi passi al bendaggio. Non può estrarre la pallottola in un ambiente non sterile.»

Cerco nella cassetta, vedo Morty che mi fissa, sta piangendo. Vecchio procione, non mollarmi o giuro che metto a ferro e fuoco questa città. Trovo una siringa monouso con su scritto “Benzilpenicillina”, controllo la scadenza e vedo che il codice a barre è strappato. Guardo Morty e sembra abbozzare un mezzo sorriso.

«Non si sa mai in una città del genere, vero Morty? Poi mi dirai dove l’hai presa. Ho la soluzione, che devo fare?» urlo in cucina.

«Deve iniettarla lentamente a livello inframuscolare o venoso, prima però provveda a pulire la ferita e a bendarla. Va fermato il sangue.»

Neanche mia madre mi dava così tanti ordini. Speriamo che almeno servi a qualcosa. Apro la boccetta di soluzione e inizio a tamponare la ferita togliendo parte del sangue; poi prendo una bobina di benda e inizio a girarla con cautela intorno alla parte interessata. Lentamente il bianco si sporca di rosso, ma dopo qualche attimo non si allarga più. Guardo Morty e noto che è svenuto, sembra pallido e ha la bocca aperta. Faccio l’iniezione cercando di mantenere la calma. Fuori dalle porte le sirene dell’ambulanza. Entrano di corsa due gazzelle e in pochi attimi mettono Morty sulla barella.

«Grazie per il primo soccorso. Ora ce la vediamo noi.»
«Ho già fatto una iniezione di “Benzilpenic” o come diavolo si chiama.»
«E dove l’ha presa?! Vabbè, lasciamo stare va.»

Le due gazzelle portano Morty di corsa sull’ambulanza e non faccio in tempo a salire che partono di corsa.

Ancora piove in questa serata e ora ho perso due delle persone più importanti per me. Non mi resta che mettermi sulle tracce del rapitore. Quel carlino era sicuramente venuto la mattina stessa con la pelle della signora Kolovitch. Deve essere un assassino commissionato dalla mafia per cercare il bubo e, non riuscendo a trovarlo, si è rivolto a me. Anche se un carlino… non sono adatti all’assassinio. Forse è solo uno scagnozzo che lavora per il killer. In quel caso avrà vita breve e anche Meredith.

Intanto fuori diluvia senza tregua, anzi sembra ben intenzionata a spazzare via la città una volta per tutte. Perfino Dio si è accorto che dovremmo essere estirpati da questa terra una volta per tutte… Ma che dico… Quale Dio permetterebbe la presenza di questa città… No, qui Dio non c’è. Ci sono solo demoni ad ogni angolo di strada e quest’acqua che cade dal cielo non è altro che il sangue di tutti i nostri compagni, che hanno perso la vita per rendere questo tugurio un posto migliore.

Chiamo un taxy e pochi secondi dopo sono dentro. Dove andare?

 

Se vado alla polizia mi riempiranno di domande su cosa succedere e perché non sono andato subito da loro. Senza contare che due su tre sono corrotti dalla mafia, quindi potrebbero spifferare. Andare al bar mi costerà altri uply e non so quanto ancora posso chiedere di credito prima che Brad mi metta sulla lista nera. Potrei andare da Figaro, lui avrà sicuro qualche notizia da darmi.

Andare da Figaro                                 La polizia... mah... Al bar da Brad

 


 

Avete scelto di andare da Figaro, è tempo di prendere la situazione per il collo.

«Marnie Avenue, numero 56» dico senza neanche guardare il tassista. Osservo fuori dal finestrino e raccolgo i pensieri man mano che il taxi macina metri. Il bubo scomparso, una chowchow assassinata e Meredith rapita. La mafia che vuole il gufo morto e lui che si è rintanato da qualche parte in previsione della situazione…non è da Quattrossa però non lottare. Ai tempi spaccava teste come fossero grissini ed aveva una fama che lo precedeva in quattro regioni.

Continua a diluviare su queste strade, ma con un tono diverso: se fosse una jam session in questo momento il sassofonista sfogherebbe la triste vita d’artista, costringendo gli altri sventurati a rallentare il ritmo. Ci fermiamo ad un semaforo e guardo la luce rossa tra le gocce di pioggia, siamo fermi a questo incrocio come lo sono io nello scovare chi c’è dietro a tutto questo. Come però la macchina riparte e imbocca la trentaseiesima, anche io devo iniziare a percorrere una pista, non posso andare da Figaro con un pugno di mosche.

Faccio mente locale e ripenso alle parole del Carlino, avevo già sentito quella voce. Mi massaggio le tempie e cerco di concentrarmi maggiormente. Rivedo nella mia mente la giornata di oggi: l’esattore delle tasse, la madre di Meredith con il pranzo, il caffè da Maurice e poi la giornata in ufficio ad aspettare un incarico, la chiacchierata con gli spettri e poi… E poi miss fantasma Kolovitch con il suo cappellino di paglia e… la voce, la voce era quasi uguale a quella del carlino! Meno nasale di sicuro, ma il tono era simile! Vado avanti nei pensieri e un altro dettaglio che prima mi era sfuggito mi sovviene: quando ho toccato la schiena della chow chow questa non era morbida come ci si aspetta invece da una razza a pelo lungo.

Dannazione, perché non me ne sono accorto prima? Dannato Alcool, devo smetterla di bere… se fossi stato lucido forse ora… ora Morty non sarebbe finito in ospedale e Meredith sarebbe salva… Dannato me… DANNATO ME! Tiro un pugno allo sportello ed il tassista gira lo specchietto centrale per inquadrarmi meglio. «Tutto apposto?» Non è neanche un ragazzo di scimpanzé, avrà almeno la patente?

«Si, sono scivolato» gli rispondo blandamente. Lui mi guarda un altro paio di volte attraverso lo specchietto retrovisore, poi riprende a fissare la strada immettendosi su Marnie Avenue.

Sceso dalla macchina mi tiro su il colletto dell’impermeabile e lascio il compenso dal finestrino. Nonostante sia solo un ragazzo, se è lì ce lo hanno messo e non credo abbia voluto. «In gamba, ragazzo!» gli dico lasciando qualche spicciolo in più di mancia. Guardo il palazzo lussureggiante dal basso all’alto, ben 5 piani di struttura con 3 metri di altezza per piano… Quanto lusso… Una famiglia di procioni potrebbe soppalcare tutto almeno tre volte e ci vivrebbero quattro generazioni. Ed invece ci abitano solo degli Shiba e dei Norvegesi il più delle volte da soli. Il mondo è ingiusto forse, ma anche loro hanno faticato per ritrovarsi dove sono.

Seguo il palazzo sulla fiancata ed inquadro la scalinata che scende negli scantinati, mi muovo tenendomi il cappello con la zampa. Batto la porta con il pugno, una porta piccola in confronto alla maestosità del palazzo ma in ferro solido.

«Chi è?»
«Figaro, sono Rock Travis»
«Detective Rock Travis? “Quel” Rock Travis?»

«Si… Quel Rock Travis» Sempre la stessa storia. Non vedo l’ora che tutti dimentichino, così da non sentire più la frase “Quel Rock Travis”. Intanto si sentono chiavistelli aprirsi e infine le girate di chiave, di lì a poco la porta si apre e dietro il battente c’è un canarino alto più o meno quanto me.

«Prego, detective Travis. Posso chiamarla Rock e darle del tu? Come stai Rock? Ho sentito che non te la passi bene ultimamente»

Figaro mi lascia entrare e già dall’inizio capisco che dovrò avere molta pazienza. I canarini hanno la loro rete d’informazioni, ma hanno la propensione a rintontirti con le loro chiacchiere pur di estrarti ogni notizia possibile. L’appartamento è di lusso, pensavo che almeno la cantina di un palazzo sulla Marnie fosse quanto meno “borghese”, ma a quanto pare non è così: velluti rossi, divani, tappeti, elettrodomestici e perfino una tv di ultima generazione con il tubo catodico. Niente male.

«Girano veloci le voci»
«Aaaah, Rock, Amico mio… le voci sono qualcosa di effimero, come la voce che afferma che il presidente Bullvert abbia una tresca con la segretaria. No, caro amico, io so per certo che sei nei casini. Sei sempre nei casini, Rock. Hai mai pensato ad una vacanza lontano da essi? Magari con Meredith! Una bella vacanza alla Canarinie! Conosco un amico che…»

«Cosa sai?» Taglio corto al canarino, il suo discorso stava dilagando. Poso l’impermeabile sull’attaccapanni insieme con il cappello, poi raggiungo Figaro sul divano.

«Vuoi dello Scotch? Anzi Rock Travis è un amante del Whisky e del Bourbon e ho qui proprio una bottiglia del miglior Bourbon della città» Il canarino prende un paio di bicchieri di cristallo, poi mi guarda e ne prende uno di vetro in cui versa il liquido ambrato.

«Figaro…» Il canarino mi passa il bicchiere di vetro e alza il proprio per brindare
«Facciamo un brindisi alla nostra decennale amicizia, Rock»
«Ma… è la prima volta che ti vedo»
«Che importa? Il tempo è relativo, no? Sei qui per chiedermi delle informazioni e questo ti rende il mio amico speciale fino a quando non mi pagherai (in un modo o nell’altro) e, una volta saldato, saremo ancora più amici!»

«Immaginavo ci fosse un ritorno… Cosa offri?»

«Quanto paghi? È tutto relativo al pagamento che offri, come lo offri e la qualità di esso. Ma siamo amici da così tanto tempo ormai che so già che sei squattrinato peggio di un Ratto di Morriss Street. Quindi ti dico io cosa puoi darmi. Puoi darmi informazioni che io non posso avere.»

Dannati canarini con il chiodo fisso. Cosa potrei raggiungere che con i loro artigli non riescono a raggiungere?

«Ti ascolto»
«Bravo amico mio… Esiste una cartella all’interno del distretto della polizia nell’archivio giudiziario, che parla di Maverik Kiddow. Sarei molto interessato ad averla e vorrei che fossi proprio tu a portarmela. So che hai degli amici al distretto… Aspetta, forse TU non sai di avere degli amici al distretto…beh, lo scoprirai a tempo debito»

«Maverik Kiddow… Il vice dei Shotties? Non era scomparso dieci anni fa?»

«He He He… Scomparire è una parola, Rock. Schiattare è un fatto assodato… a volte. Ma scomparire qui è un po’ come andare a comprare le sigarette e non tornare più. Quindi… accetti o vado avanti?»

«Avanti»

«Vedo che ti piace avere una scelta Rock, vecchio procione di mare. Ma non so se ti piacerà… Conosci Johan Chersen? Si che lo conosci. Lo hai sbattuto in prigione proprio tu quattro anni fa per quella storia del racket dei bar ed è per questo che Brad ancora non ti ha spezzato le gambe, no? Il caro Johan a quanto pare ha una cassaforte che nasconde alcuni fascicoli che m’interessano personalmente. Non riesco ad aprirla e neanche uno dei miei scassinatori migliori riesce. Mi serve il codice e vorrei che sia tu a strapparglielo, con le buone o con le cattive.»
«E se non volessi fare neanche questo?»

Il canarino alza le spalle e mi guarda per poi prendere una sorsata di Bourbon. Guardo il bicchiere sul tavolino ancora immacolato con il liquido ambrato. Mi sta chiamando e ho sete, ma non mi muovo.

 Le cose si complicano a quanto pare, Il nostro detective dovrà fare una scelta che inevitabilmente lo farà sbilanciare moralmente. Ma quale?

Al penitenziario della città in cerca di Johan                               Al distretto di polizia per il fascicoloMinaccialo con la pistola

 


 

Avete scelto di stare al gioco di Figaro e di cercare i documenti riguardo Maverick Kiddow alla stazione di polizia. Vediamo cosa succede…

«Vada per Maverick» gli rispondo agguantando il bicchiere di bourbon
«Davvero?» chiede il canarino tra lo stupito ed il perplesso.
«Davvero. Cosa ti aspettavi?»
«Che cacciassi la pistola e mi minacciassi a dire il vero… o peggio!»
«E sarebbe servito a qualcosa?» Guardo il bicchiere di bourbon tra le zampe e faccio roteare il liquido al suo interno.
«Dio, No! Il mio amico dall’altra parte della tenda ti avrebbe fatto saltare un braccio! Gous, esci da lì. Collabora.» Il canarino alza l’ala facendo cenno alla tenda che dà sul corridoio.

Una mangusta striata sposta il lembo di tessuto con una doppietta a canne mozze e una sigaretta spenta in bocca.

«Rock, ti presento Gou. È la guardia del corpo che mi ha assegnato l’ordine.»
Gli faccio un cenno con la testa e lui alza la zampa sorridendo. Non sembra cattivo in apparenza, anzi il viso disteso ed il pelo pulito lo fanno sembrare più un animale da compagnia che un sicario. È vestito con un gilet scuro e dei pantaloncini che arrivano alle ginocchia. Guardo Figaro e gli chiedo:
«Da quando vi danno una guardia del corpo?»
«Vecchio mio, da quando le informazioni iniziano ad essere più importanti del denaro con cui vengono pagate! Sai quante persone vorrebbero avere quello che ho in testa? Alcuni sono convinti di poterlo strappare con la violenza. Sapendo che saresti venuto da me, mi sembrava il minimo stare sotto l’ala di una guardia.»
«Quando avrai la cartella mi dirai ciò che voglio sapere.»

«Ma certo che sì. Gous verrà con te per accertarmi che non farai le tue tipiche cose da Eroe, come bruciare la cartella dopo averla letta e alzare il tiro.»
La mangusta si siede sul divanetto, toglie la sigaretta dalla bocca e cicca nel posacenere per poi rimettersela tra le labbra ancora spenta.
«Ti manca la mamma, piccolo?» dico alla mangusta con fare canzonatorio.
«La stessa frase che mi ha detto la tua vecchia ieri sera.»

Ha fegato il ragazzo!

«Amici! Per favore, restiamo calmi e lasciate le madri alle loro case o tombe. Siamo qui per affari non per bere birra e fare scazzottate. Gous porta rispetto al buon vecchio Rock, è un eroe dopotutto.»

Già... Un eroe dopotutto.

«Ok ok… Ricominciamo da capo allora. Ciao, sono Gous e saremo amicissimi stasera. Il signor Figaro mi ha detto che cosa ti è successo, quindi, una volta che mi avrai dato la cartella, potrò dirti direttamente dove andare.»
«Diciamo che è sia un modo per accelerare le cose sia un’assicurazione che torni a casa tutto intero. Ovviamente se gli farai del male l’accordo salta, se muore l’accordo salta, se lo rapisci e chiedi il riscatto negheremo che sia affiliato e l’accordo salta e, in generale, qualsiasi cosa gli succeda che gli negherà la possibilità di tornare integro stanotte…»

«…L’accordo salta.» Finisco la frase e mi alzo dal divano, poggiando il bicchiere sul tavolino di fronte.
«Esatto, vecchio mio. Per il resto Gous ti tornerà utile se saprai come indirizzarlo.» Figaro si alza con me e anche la mangusta si mette in piedi uscendo dall’isoletta dei divani. La doppietta resta sul cuscino. La guardo, poi volgo lo sguardo a Figaro, che a sua volta vede la mangusta lasciare lì l’arma e, spaventato, si volta verso di me.
«Abbiamo un accordo, Figaro. Che “eroe” sarei se ne approfittassi ora.» Il canarino ride isterico
«Allora sei uno di cui ci si può fidare… Eroe…» dice Gous, che di spalle mi punta una pistola senza neanche guardarmi.
«Signori e se la smettessimo con questo sfidarvi? Mi evitereste un infarto…»

Usciamo dall’appartamento di Figaro. Gous ha una coppola ed un giacchetto di pelle, mi fa cenno di seguirlo oltre il vicolo. Piove ancora a dirotto e ci ripariamo sotto le sporgenze del palazzo lussuoso. Arriviamo ad una macchina nera, una Tord di qualche anno prima tirata a lucido. Lui sale al posto del guidatore e aspetta che salga anche io per mettere in moto e partire.

«Hai già un piano?» mi dice
«Andrò a fiuto, come sempre»
«È vero quello che dicono?»
«Dipende da quello che dicono»

«Che sei un eroe»
«Sono un procione come tanti» Guardo fuori il finestrino, vedo la pioggia scrociante lavare i palazzi dei suoi colori
«Hai salvato delle persone lì fuori»
«Ho fatto ciò che ritenevo giusto…» La luce dei lampioni si affievolisce e l’acqua piovana adagia sulla città il manto dei ricordi.

«313 rispondi. 313, emergenza alla Mountain Lake School. Uno psicopatico armato di mitra ha preso in ostaggio alcune classi. Accertati 4 morti ed alcuni feriti. Si richiede la presenza di tutti gli agenti nei paraggi. Fare rapporto al Sergente Godez delle operazioni»

«Volante 313, Agente Rock Travis e Hoot McGuire. Ci dirigiamo verso il luogo designato.»

Accendo le sirene e guido la volante in direzione della banca, mentre Hoot inizia a mettere il giubbotto antiproiettile sopra la divisa.

«Accelera, Rock. Non voglio perdermi la festa!»
«La Mountain Lake… Ma ci vanno solo le famiglie povere lì dentro. Perché prenderli in ostaggio?!»
«Lo scopriremo solo arrivandoci. Dagli di gas, su!» Premo il pedale dell’acceleratore e in una decina di minuti siamo lì. Il Sole tramonta e i rossi del crepuscolo guadano il cielo preannunciando una serata calda. Quando arriviamo nei pressi della scuola, quattro volanti della polizia sono ferme a poca distanza dall’uscita. Il sergente con il megafono sta urlando qualcosa verso l’istituto, per poi interloquire verso un agente a lui vicino. Hartoud Godez, muflone vecchio stampo ex testa di cuoio, chissà come mai l’hanno messo in un’emergenza di questo genere…

«Agente Rock Travis e Hoot McGuire a rapporto signore. Cosa dobbiamo fare?»

«Ho chiesto dei rinforzi e mi mandano uno schifoso procione? Ma stiamo scherzando?! Tornatene a casa a succhiare il latte di tua madre. Abbiamo bisogno di veri agenti, non di feccia.»

«Signore, il comando mi ha assegnato a lei…»
«Non me ne frega niente! Agente McGuire sorvoli la zona dall’alto, aggiornamenti ogni 30 secondi. Per quanto riguarda te, vai a rubare gli spiccioli a qualche mendicante, feccia!» Sputa a terra e si mette a parlare con l’agente Farakat impegnato con telefoni e radio.

«Si, signore.» Hoot mi guarda costernato, poi aggancia la ricetrasmittente al giubbetto e si solleva in aria eseguendo gli ordini. Stringo i denti e torno al sedile del guidatore.

“Perché? Perché devono trattarci così?! Ho passato l’accademia e gli addestramenti, ho giurato davanti al Capo di Stato e ho partecipato alla guerra sporcandomi le zampe del sangue dei nemici della nazione. Dovevo tornare da eroe e invece mi trattano come se fossi lo scarto della società” batto i pugni sullo sterzo e vedo Hoot da lontano girare intorno all’edificio. “Solo perché sono un procione? Solo perché i miei erano immigrati? Diamine, la maggior parte dei poliziotti qui neanche sa cosa significa puntare un’arma ad un criminale e si permettono di giudicarmi. Non resterò con le zampe in zampa mentre loro aspettano che muoiano tutti”

Scendo dalla macchina e vado al portabagagli dove tiro fuori il mio giubbotto. Odio metterlo, mi ingombra i movimenti, ma non posso dire che non abbia salvato la vita a molti agenti. Faccio girare il tamburo della mia rivoltella e, una volta controllato, mi avvio nella zona delle operazioni facendo attenzione che il sergente non si accorga della mia presenza…

«Hei, Marc! C’è una mappa della zona?» Marc è un lemure da poco entrato in polizia
«Hei, Rock! Sì, ovvio. C’è la mappa della zona ed inoltre siamo riusciti ad avere la planimetria dell’edificio dal comune poco fa. Non sappiamo dove sono. Non abbiamo contatti da un po’ e temiamo il peggio a dire la verità… Il sergente è su tutte le furie… Gli hanno vietato l’uso della Swat»
«Ho notato» Guardo le mappe e cerco un punto d’ingresso per la scuola. Marc mi fissa raccogliendo le braccia davanti al torace, poi un nuovo urlo del sergente Gomez si sente poco lontano e aggrotta la testa
«Si può entrare da qui?» gli chiedo indicando un condotto sotterraneo
«Sono le fogne, Rock…» mi risponde perplesso

«E quindi? Si può o non si può? È giusta questa planimetria? C’è davvero un ingresso?»
«Credo di sì… Qui, penso, dovrebbe collegarsi con il locale caldaie, ma… Sono le fogne!»
«Grazie Marc… Se Godez dovesse dire qualcosa, tu di’ che sono tornato in centrale»
«Per come ti ha trattato prima non credo si aspetti altro»
«Già…»

Esco dalla zona e mi avvicino alla prima grata di manutenzione delle fogne: il luogo è angusto, si respira poco e non c’è luce, ma ho la cartina in mente e so dove andare…

«Rock? Rock! Siamo arrivati alla centrale…» Gous mi trascina via violentemente dai ricordi e davanti ai miei occhi si staglia la grande centrale di polizia della città. Luminosa quanto corrotta, entrare lì dentro sarà un tuffo nel passato tra ingiustizie e razzismo.
«Sì… ero sovrappensiero» gli dico ed esco dalla macchina. La pioggia ed il freddo mi aiutano a concentrarmi sul presente e le grida lontane del sergente Godez diventano solo echi tra le strutture dei ricordi. Mi avvio verso l’ingresso e la mangusta mi segue senza esitazione e con aria da duro. Apro la porta facendolo passare per primo, per poi addentrarmi nella sede della polizia.

Marie Foliet è alla reception: Marie la marmotta è a quella scrivania dai tempi in cui ero un agente di polizia. Non abbiamo mai avuto rapporti che andassero oltre il dovuto e dopo aver lasciato la polizia è andato tutto a rotoli.

«Buona sera, signorina Foliet»

«Toh, guarda chi torna all’ovile. Agente Travis! O meglio… Detective privato Travis!» mi dice in tono beffardo «Come mai da queste parti? Sei venuto a rinfacciarci la nostra inettitudine?»
«No, Marie. Avrei bisogno di consultare gli archivi per un caso sul quale sto lavorando.»
«E questo chi è, il tuo nuovo assistente? Hai già fatto ammazzare la dolce Meredith?» Stringo i pugni e serro la mascella
«Sarebbe solo un onore per me essere l’assistente dell’eroe cittadino Rock Travis, ma no, sono solo l’autista che lo scorrazza in giro» risponde Gous

«Oh, che carino! Ti sei fatto perfino l’autista! E come lo paghi, in pallottole in corpo Rock? Peccato che Hoot non sia qui a stringergli la mano…»
«L’archivio, signorina Foliet.»
«No. Non può accedere all’archivio Signor “Eroe Cittadino” Travis. Torna di giorno e spera che non ci sia io dietro questa scrivania»
«È urgente che io acceda all’archivio, signorina Foliet. Mi faccia passare»
«Urgente? Non vedo emergenze qui o magari ne ha da dichiarare. In quel caso dovrà compilare il modulo e attendere che venga richiamato per l’accesso…sempre che il modulo passi.»
«È mio diritto accedere, sono un detective!»
«Ed è mio dovere tenere lontani i criminali che si spacciano per eroi cittadini. Pensi che abbia dimenticato, Rock? Ti potranno vedere come un santo, ma io lo so come sei dentro: sei peggio di un ratto di strada, dovresti passare la vita in carcere o, ancora meglio, alla forca per riuscire a pagare tutti i morti che hai seminato nelle nostre vite! E ora sparisci prima che ti faccia arrestare!»

Giro i tacchi ed esco senza parlare. Sento il calore del sangue uscire dai palmi, mentre Gous, stupito da come sono andate le cose, impiega qualche secondo a tornare tra i vivi. Spalanco la porta ed esco immettendomi di nuovo sotto la pioggia.

«Ma che diavolo è successo lì dentro?»
«Benvenuto nel mio mondo, Gous!»

«Ma non aveva senso quello che ha detto! Ma che gli hai fatto a quella lì?»
«Era molto amica di un mio ex partner…»

«Hoot McGuire…sì, conosco la storia, ma non è stata colpa tua…»

«La colpa è soggettiva, Gous, e chi perde una persona cara guarda il mondo diversamente.»
«Ok… Ma non può farlo! Tu hai tutto il diritto di entrare lì dentro, cavolo, sei Rock Travis!»
«Un nome e un cognome non lavano via il dolore dal cuore. Aveva tutto il diritto di trattarmi così e sono stato sciocco a provare un approccio di questo genere. Devo pensare a qualcos’altro…»

«Figaro aveva detto che hai degli amici all’interno, possibile che ti abbia mentito?»
«Non lo so francamente» Entro in macchina sul sedile passeggero e cerco di raccogliere i pensieri per stilare un piano d’azione. Gous mi segue poco dopo e sbuffa pesantemente. Potrei entrare dal retro e sperare di non essere visto o magari dal tetto per un condotto di areazione. L’archivio però è un piano sottoterra e dal tetto è improbabile riuscire. Sarebbe stato tutto più semplice se quella megera alla reception avesse preso le sue pillole oggi, invece di scambiarmi per un punch ball… Ma torniamo a noi: il retro è sicuramente chiuso, mi serve qualcuno che mi faccia passare, però non ho più contatti all’interno da anni. Per quanto ne so l’unica che conosco lì dentro è quella marmotta.

Una volante si accosta e parcheggia vicino a noi. Dopo qualche secondo, con aria annoiata, esce Marc il lemure. Scendo dalla macchina e gli tocco la spalla. Lui si gira mettendo mano alla pistola d’ordinanza, poi mi vede e la sua espressione è quella dello stupore.

«OMMIODDIO! Rock! Sei tu?!» Il lemure mi viene incontro abbracciandomi «Che ci fai qui? Non dovresti lavorare in qualche caso intrigante? Non ci posso credere… quanto tempo è passato? Non ci vediamo dal tuo saluto ufficiale al distretto!»
«Si, dal saluto mi sa… Ero venuto qui per un caso, ma la Foliet ha deciso che non devo entrare stasera.»
«Ah… Si, c’è lei di turno stasera… Mi spiace Rock.»
«Anche a me… Sapevo che eri stato trasferito nella capitale! Che ci fai di nuovo in questo buco?»
«Ho avuto discussioni con il caposettore del commissariato, non gradivo le loro politiche sulla gestione delle mazzette…» Lo guardo perplesso
«Hei, non guardarmi in quel modo! Lo sai che me ne sono sempre tirato fuori da queste cose, ma almeno qui non mi sparano se non le prendo! Anche se mi hanno degradato di nuovo ad agente di pattuglia…»
«Cavolo, mi spiace… Come stanno Stéfan e Andrea?»
«Bene! Stéfan ha trovato un lavoro nel vecchio continente come ricercatore scientifico, Andrea purtroppo mi ha lasciato l’anno scorso… L’hanno ammazzata.»

«Cosa? Chi?!» Avevo letto la notizia sul giornale, ma non mi sono presentato al funerale… Troppe facce… Troppi fantasmi.
«Degli scagnozzi della mafia. Come sai lavorava per incastrare il boss ed aveva trovato delle prove schiaccianti ed un testimone. Non so se te lo ricordi… Gufy Quattrossa, quel bubo mercenario famoso per la violenza.»
«Si, non mi è nuovo…»
«Beh, insomma… Alla mafia non è andata giù e ha iniziato a eliminare uno per uno tutti coloro che gli remassero contro. Conta che ad un anno dalla questione il tribunale ha già cambiato 3 giudici e l’ultimo è corrotto fino al midollo.»
«Capisco… Che fine ha fatto Gufy?»

«Sparito. Era sotto la nostra protezione, ma o ha capito che non potevamo assicurargliela o quei mafiosi lo hanno fatto sparire… Comunque, che ti serviva? Magari posso aiutarti in memoria dei vecchi tempi…»
«Mi serviva la cartella di un criminale noto come Kiddow, il vice degli Shotties scomparso… Un cliente mi ha fatto delle strane richieste sul suo conto e, prima di accettare il caso, voglio saperne di più.»
«Kiddow? Che strano… Non sei il primo che si interessa a questo caso nell’ultima settimana. Anche l’agente Ruffle aveva cercato qualcosa a riguardo in questi giorni. La cartella dovrebbe essere nell’archivio, vuoi passare dal retro? Ti apro la porta così saltiamo l’arpia.»
«Non sarebbe male, Marc. Grazie.»
«Non scherzare, Rock! È il minimo con tutto quello che hai fatto per me.»

Quando entro nell’archivio l’odore di carta ammuffita mi infastidisce il naso. Marc è con me e si è assicurato che potessi arrivare alla cartella senza problemi. Nel tragitto mi ha raccontato come il distretto sia cambiato da quando sono andato via e di come la mafia abbia messo le mani su buona parte degli agenti tra mazzette e minacce. Si possono contare sulle dita di una zampa ormai quelli “puliti”. Mi dice come è riuscito a scampare ad alcuni attentati alla capitale e di come Il Sergente Godez, dopo la mia onorificenza da eroe cittadino, sia stato trovato impiccato nel suo garage. Mi racconta delle indagini sulla scuola e di come abbiano scoperto chi fosse il criminale e perché proprio la Mountain Lake. Sfoglio la cartella di Kiddow e leggo sommariamente le informazioni, poi chiedo a Marc se posso portarmelo a casa per lavorarci stasera. Mi sento impacciato, alla fine è furto d’informazioni e sto mettendo nei guai Marc… Ma non posso fare altrimenti se voglio salvare Meredith.

«Non saprei, Rock...sono dati riservati e non dovrebbero uscire dal commissariato…» Lo vedo incerto come lo sono anche io sul da farsi.

Potrei mentirgli, inventarmi qualcosa per portarmelo via o forse sarebbe meglio dirgli la verità con tutto ciò che ne consegue… Oppure potrei tramortirlo e scappare con la cartella… 

Dire la verità                                Mentire anche se non propensiTramortire e scappare

 


Avete scelto di mentire a Marc pur di avere la cartella di Kiddow. Vediamo se si berrà le parole di Rock…

«Sì, ricordo le regole del commissariato Marc e farei come al solito se non fosse per la Foliet…»
«Già… Su cosa stai lavorando? Perché ti servono?» Il lemure chiude le braccia davanti a sé e mi guarda fisso. Quando mi pone la domanda chino la testa stringendo la cartella nella zampa.
«Un cliente mi ha detto di aver visto un tizio girare davanti casa sua da qualche giorno ed è venuto da me per sapere chi fosse. Dalla descrizione sembrava Maverik, solo che ricordavo fosse scomparso dieci anni fa. Con la cartella posso studiare i suoi movimenti in caso il mio cliente lo riconosca dalla foto. Potrebbe essere in pericolo, Marc. Lo sai che gli Shotties hanno il grilletto facile» gli dico cercando di prendermi le giuste pause tra le frasi «Te lo dico perché sei un amico, sarebbero informazioni riservate...» Marc mi guarda e si appoggia ad un archivio, mette le zampe nelle tasche dei pantaloni e abbassa gli occhi al pavimento prendendo un profondo sospiro.

«E perché non è venuto da noi ma è andato da te?» Il tono è apatico, non se la sta bevendo. Inspiro profondamente e volgo lo sguardo ad una mosca che gira intorno alla lampadina dell’archivio.
«Era un insegnante della Mountain Lake, non crede più nella polizia.» Lo guardo fisso ora e quando nomino la scuola alza gli occhi e accenna con la testa.

«Va bene, Rock. Portali e fai qual che devi, ma domani mattina li voglio di nuovo in archivio.» Occhi negli occhi il lemure scruta la mia espressione, poi esce dall’archivio aspettandomi alla porta. Il tono è spazientito. Forse non mi crede, ma si fida di me.

«Grazie Marc! A termine di questa storia ti dirò tutto» Esco dalla stanza con calma

«Lascia stare… Piuttosto, ora siamo pari»

Guardo Marc negli occhi nuovamente e vedo solo dispiacere. Ora ho la certezza che non mi ha creduto. Accenno con la testa e lo abbraccio per poi uscire dalla centrale.

«L’hai trovato?»  mi dice Gous mentre entro in macchina. Gli mostro la cartellina e quando lui cerca di prenderla io la allontano.

«Dov’è Meredith?» Lui ritrae il braccio e mi guarda mettendo in moto la macchina
«Portiamo i documenti da Figaro e ti accompagno volentieri a liberare Meredith, Rock. Non puoi farcela da solo» Lo guardo stranito: è raro trovare qualcuno che voglia aiutarti in situazione del genere.

«Che diamine, sei Rock Travis! Fino ad ora ho visto solo gente che ti spala merda addosso senza senso. Davvero, cioè che hanno contro di te?» mi dice animosamente mentre guida verso la casa del canarino.
«Non lo so… Ormai non ci faccio più caso, Gous» gli rispondo sospirando per poi guardare fuori dal finestrino «Da quando mi hanno dato quell’onorificenza è come se la popolazione di questa città mi volesse morto»
«Non ha senso ‘sta cosa, Rock! Davvero! Neanche avessi ammazzato il papa in persona»
«Ma ho mietuto anche io le mie vittime e persone care sono cadute per colpa mia. Forse la gente di questa città non ha tutti i torti dopotutto. Chi sono io per giudicare chi deve vivere e chi morire?»
«Sei Rock Travis! Sei un eroe! Sei come Supercat, ma sei in carne e pelo e sei qui a prendere a calci i cattivi alla vecchia maniera di Doggy Callaghan. Perché non ti fai rispettare? Perché non li prendi a calci quando ti urlano il loro odio contro?»
«Perché sono solo un procione… Mi dipingi come un personaggio da fumetto, ma sono solo un animale che vorrebbe potersi pagare la casa al mare e andare in pensione una volta per tutte, via da questa città, via dalla mafia e dalle pistole… via dai funerali e dai suoi fantasmi.»

Marc sta per ribattere qualcosa, ma il fiato gli si blocca in gola. Guardo fuori dal finestrino e la pioggia ha ripreso ad essere torrenziale. Vorrei uscire dall’auto e chiedere il perdono a dio per il mio passato. Per Hoot, Grecel, Mowly, Holland, Vagrant, Looter, Jimmy… Jimmy non aveva neanche 4 anni…

«Non dovresti pensarci, Rock. I morti restano morti… apprezzo che però ti ricordi ancora di me» L’eco delle parole di Grecel dal sediolino posteriore, la vedo attraverso lo specchietto retrovisore. Una delle poche gatte che è riuscita ad accedere alla polizia: le tagliarono la gola da parte a parte davanti ai miei occhi.

«Non dimentico nessuno… siete tutti con me» le rispondo, lei sorride e guarda fuori dal finestrino, io rivedo lo squarcio e chino la testa.
«Ammetto che magari avrei preferito morire da eroina… ma non è colpa tua, Rock. Tu hai fatto il possibile durante quell’azione… Hai mancato il bersaglio per paura di colpirmi e quel bastardo mi ha sgozzata, ma…»

«Non dovevo mancarlo… Ora saresti ancora qui a ripulire la città dal suo lerciume insieme a me.»

«Può darsi o forse sarei morta dieci minuti dopo per un proiettile vagante. Non sono una tipa d’azione, Rock. Io parlo con la gente, sono entrata in polizia per poterla aiutare prima di venire ai ferri non per salvare il salvabile… A proposito, senti, io starei attento a quel tizio, non mi fido granché.»

«Di chi?» le chiedo perplesso
«Di…»

«Rock? Hei, Rock, sveglia! Siamo arrivati!» Gous mi scrolla dalle spalle e apro gli occhi. Devo essermi addormentato. Mi guardo intorno e siamo davanti l’appartamento di Figaro, ha smesso di piovere. Ogni volta che smette di piovere non riesco mai a cogliere il momento esatto. Che sfortuna.

«Che fai? Vieni?» La mangusta è uscita dalla macchina e si avvia verso la porta del piano interrato. Scendo dall’auto ancora rintronato e con le parole di Grecel che echeggiano nella mente. Sento un nome, ma non riesco a tirarlo fuori dai fumi onirici.

Seguo Gous dentro l’appartamento e troviamo Figaro seduto al divano che guarda la TV. Ci accoglie felice e la mangusta gli lascia i documenti sul divano. Lo esorta a raccontarmi tutto e lui inizia a parlare, io mi siedo sul sofà di fronte mentre la mangusta mi prepara un brandy. Mi dice che quello che cerco non è un killer, ma solo uno scagnozzo che ha eseguito degli ordini di nome Murrey the Pug. Al momento ha portato Meredith al porto della città e sono in un container, il 44b7 nel settore 5. Saranno lì fino alle 4 di questa notte, poi arriverà colui che ha pagato Murrey per rapire Meredith e la porteranno in un luogo più sicuro.

«Chi è il mandante?» gli chiedo, ma lui scuote la testa. Guardo l’orologio e sono le 2: ho due ore per salvare Meredith prima di perdere di nuovo le sue tracce. Gous gli chiede la serata libera per aiutarmi, Figaro alza le spalle e riprende a guardare la TV.

Sono su questo divano con un bicchiere di brandy davanti. Di solito agisco da solo nelle mie azioni, ma il porto è un posto perfetto per una trappola. Dovrei accettare l’aiuto di Gous o dovrei andare da solo? E se chiamassi Marc alla luce di quanto successo?

Da chi volevi mettermi in guardia, Grecel?

Supporto di Gous                                    Vai da soloSupporto di Marc

 


Avete scelto di far muovere Rock come un procione solitario nonostante il rischio. È stata una decisione sofferta per la maggior parte di voi, quindi continuiamo con la storia e vediamo cosa succede.

Non se ne parla di chiamare Marc. Dopo lo sguardo con cui mi ha salutato non posso pretendere anche questo. Senza contare le domande che farebbe… Potrei mai dirgli che non mi fido del corpo di polizia? Potrebbe offendersi, seppur sia la verità. Guardo Gous rassettare le sue cose, armarsi di fucile a canne mozze e pistole. Sente anche lui che è una trappola e forse ne sa anche più di me per la vicinanza al canarino, tuttavia è così giovane… No, non me la sento di chiedergli supporto né di accettare che venga con me. Andrò da solo a chiudere la questione e, cascasse il mondo, non piangerò un altro compagno caduto questa volta.

Guardo Figaro per un attimo, bevo in un lungo sorso il brandy e mi defilo appena Gous va sul retro a prendere il giubbotto antiproiettile. Rubo le chiavi della macchina sul tavolino ed esco celermente, così non avrà modo di raggiungermi. Entro nell'abitacolo, ingrano la prima e parto rapidamente e in quel momento vedo Gous uscire trafilato con ancora una pistola nella zampa e il giubbotto nell’altra. Mi segue stupito con lo sguardo e quando capisce che non mi sarei fermato china la testa facendo cadere le armi a terra. Non è tempo per te Gous, non oggi.

Mi immetto sulla strada principale e faccio mente locale sulla posizione del porto; dovrei passare dallo studio a prendere un po’ di munizioni e qualche protezione, ma l’orologio della macchina segna le 2:10. Mi fermo al semaforo, conto i proiettili, controllo la canna della mia fidata calibro 22 e la rimetto in fondina. Con 8 colpi non vado da nessuna parte. Apro il vano del cruscotto e così facendo cade un coltello da caccia e una manciata di proiettili di vari calibri, per lo più per fucile. Il clacson della macchina dietro suona con violenza e mi fa digrignare i denti; mi giro a guardarlo, ma vedo solo due fari che lampeggiano abbagliandomi. Mi volto in avanti e noto il semaforo verde, ingrano la prima e parto in direzione del porto senza fermate intermedie.

L’ultima volta che sono stato al porto era durante un’operazione di polizia. Avevo raggiunto il grado di detective da poco e la Mountain Lake era un ricordo con tre croci sopra. Da allora il supervisore mi aveva affidato altri compagni, ma guardarli mi faceva venire in mente ricordi troppo aspri da digerire. L’operazione al porto era stata messa su dalla narcotici, avevano finalmente trovato chi importava la droga ed era giunto il momento d’incastrarlo con le mani in pasta. Avevano pensato che inserire Rock Travis all’interno dell’operazione avrebbe portato lustro a livello mediatico al commissariato e mi sono ritrovato in mezzo a ufficiali che invece avevano buttato il sangue per riuscire ad arrivare a quell’operazione.

Seguivo gli ordini che mi davano e facevo ciò che mi dicevano, per lo più portare il caffè nella stazione mobile ed aspettare. Non so nemmeno quanto tempo rimasi lì a far niente, a starmene con le zampe in zampa mentre gli altri prendevano posizione per l’imboscata. Restammo lì circa 3 ore fino a quando non arrivò la notte buia. Avevo conosciuto quasi tutti i poliziotti alla stazione mobile, la maggior parte mi aveva riconosciuto in tv o sui giornali, ma per quanto fossero entusiasti di avermi li, vedevo nei loro occhi il disprezzo per la caduta dei compagni. I giornali non si erano soffermati a spiegare perché ci fossero stati tre poliziotti morti quella sera, specificando soltanto che fui io a dare il via alle danze… ma ormai non ha più importanza.

Aspettai altre 6 ore, portando vivande e razioni per gli appostati che ormai erano allo stremo. L’incontro doveva avvenire tra le 18 e le 24, ma erano ormai le 2 di notte e nessuno si era visto. Il supervisore delle operazioni non sapeva che pesci prendere e, mentre temporeggiava, inviava ordini a destra e a manca sguinzagliando i suoi investigatori e scegliendo quelli con il fiuto più sviluppato. Sentivo che c’era qualcosa che non andava in quell’operazione dall’inizio, ma ora era finalmente ovvio anche al supervisore. Troppo tardi però ci accorgemmo che coloro che pensavamo fossero prede si erano trasformati in lupi.

Uno dopo l’altro i nostri agenti appostati furono eliminati, fino a quando un gruppo di 5 arrivò alla stazione mobile con raffiche di fucile. Mi salvai da quel massacro insieme a Toad Burton la raganella, uno degli agenti appostati a cui stavo portando del caffè proprio quando tutto ha avuto inizio. Ci siamo fatti avanti a suon di piombo e coltello, eliminando prima l’assassino che ci avevano mandato contro e poi gli altri. Ho sbagliato a dire che solo io e Toad ci salvammo, perché non fummo gli unici. Un altro poliziotto cercò di uscire vivo da quella situazione: L’agente Gubert. Quel figlio di una buona madre ci aveva venduti al nemico e collaborava con i trafficanti da tempo immemore. Proprio lui ci aveva portato lì quella sera e la sua vita sul filo del mio coltello finì.

I giornali raccontarono della tragedia al porto e di come i due agenti rimasti in vita si erano fatti valere contro un commando di trafficanti bene armati… Rock Travis era di nuovo sulla prima pagina… Io ero ancora in prima pagina insieme a 24 compagni morti. Dopo alcuni mesi in ospedale psichiatrico Toad lasciò l’arma, io continuai la mia vita da detective con un encomio in più e una promozione a investigatore di secondo grado per non aver diffuso notizia sul poliziotto corrotto.

Arrivo al porto alle 3 di notte e mi sembra di vedere ancora i cadaveri ed il sangue. Scuoto la testa e m’impongo concentrazione. Non è tempo per i fantasmi e non ho fretta di diventarne uno al momento. Raccatto munizioni e coltello e lascio la macchina poco distante dall’ingresso, per poi andare alla guardiola dove trovo un orso andino che guarda la tv.

«Buona sera, è lei la guardia del porto?» L’orso ha un viso bonario e si affaccia dalla finestrella per potermi vedere
«Hei là! Buona sera. Sì, sono io. Posso esserle utile?»
«Sì, sono un detective privato e vorrei poter accedere al container 44b7 nel settore 5» Gli mostro il tesserino per un attimo per poi rimetterlo nella tasca della giacca.
«ahm… mi lasci vedere sulla lista. – l’orso prende dei fogli, io lo osservo mentre legge e dal suo titubare ho già capito cosa mi risponderà – Mi dispiace, il container che mi ha detto non è nell’elenco. »
«È sicuro? Guardi meglio.»
«Mi spiace, non è presente sulla lista. Possibile che lo abbiano già imbarcato, è partita una nave proprio un paio di… »

Estraggo la pistola e gliela punto contro, lui alza le zampe in alto immediatamente ed inizia a tremare.

«Non cercare di prendermi per il pelo! Lo so che c’è e non m’interessa quanto ti pagano per tenerlo nascosto. I soldi valgono più della tua vita?»
«Signore, la prego! Non voglio morire! Se non arrotondassi non riuscirei a sfamare la mia famiglia! La prego, mi risparmi! Ho dei cuccioli!»
La buona vecchia storia dei cuccioli e della famiglia… «Dov’è il container? Chi ti ha pagato per tenerlo nascosto?»
«Un carlino, signore. La prego non mi uccida, farò tutto quello che vuole!»
«Quanti sono?»
«Chi signore?»
«Quanti sono a fare la guardia al container!» Tiro il cane della rivoltella e l’orso guarda il tamburo girare sudando
«Signore, mi uccideranno se dico di più…»
«Vuoi morire adesso per caso?» Alzo la mira e punto alla testa
«Sono in cinque, signore, cinque, ma non so dove sono. Credo che stiano aspettando qualcuno, forse per uno scambio...non lo so!»
«Bravo. Noi non ci siamo mai visti e fossi in te chiamerei il centro di sicurezza per darti malato.» L’orso prende le sue cose dal gabbiotto ringraziandomi e corre via verso il parcheggio.

Cinque con o senza il carlino? Sempre che sia con i suoi sottoposti... Entro nel cubicolo e prendo la mappa del porto cercando il settore 5, poi la lista dei container e incrocio i dati scoprendo la posizione. Mi tolgo il soprabito e lo lascio lì, poi guardo il dedalo di container poco più in là. Sto arrivando Meredith! Vengo a salvarti!

Intanto dentro il container…

«Se ti tolgo il bavaglio prometti di non gridare?» Il carlino era di fronte alla gatta legata ad una sedia in ferro saldata al container. Lei annuisce.
«Non voglio farti del male, anzi mi spiace se ti ho bruciata al ristorante… Ho applicato una crema mentre eri svenuta… Va meglio?» Lui le toglie la benda dal muso
«FIGLIO DI CAGNA! LASCIAMI ANDARE!»
«Shhhh, la prego! Non gridi! Non posso lasciarla andare!»
«LASCIAMI ANDARE O TI CAVO GLI OCCHI!»
«Madonna mia bella… per favore, non gridi! Per quanto sia insonorizzata potrebbe allarmare quelli fuori!»
«Chi sei?»
«Mi chiamo Murrey, Murrey The pug… sono un attore professionista» Il carlino sorrise allungando la zampa in avanti come se volesse stringerla. Era un gesto automatico che si fermò soltanto quando vide che lei non poteva ricambiare poiché legata.
«Perché mi hai rapito?»
«Non potevo fare altrimenti signorina Meredith… hanno preso mio figlio! Capisce? Il mio piccolo Samuel è nelle grinfie di…» Il carlino si fermò teatralmente poggiando una zampa sulla bocca con occhi sgranati
«Nelle grinfie di? Chi c’è dietro tutta questa storia?»
«Non posso, non posso dirglielo o lo uccideranno! E poi uccideranno anche la mia adorata René!»
«Che vogliono da Rock?»
«Vogliono che trovi Quattrossa prima che testimoni al processo» Meredith annuì con la testa «Se solo avessi interpretato meglio il mio ruolo, se lo avessi convinto stamattina tutto questo non sarebbe stato necessario!» Il carlino si gettò su di una parete del container e si sedette prendendo le ginocchia tra le braccia.
«Quello che ti ha mandato non lo sapeva che Rock non è un tipo così facile da convincere?»
«Immagino che sia per questo che ha rapito mio figlio invece di pagarmi come fanno di solito» Maredith annuì nuovamente «il mio piccolo… Il mio piccolo Samuel… non volevo apprendesse questo lato della città… non ancora almeno… non ha neanche tre anni!» Meredith lo guardò con sprezzo, ma quando vide delle lacrime scendere gli sembrò sincero.
«Senti, anche volendo non posso aiutarti in questo momento. E a quanto ho capito ci sono degli scagnozzi fuori a fare la guardia. Perché mi stai dicendo tutto questo?»
«Perché so già come andrà a finire questa storia… Signorina Meredith, per favore, mi prometta che cercherà di salvare il piccolo Samuel? La vita di mio figlio è legata alla sua!»
«Cosa mi stai chiedendo Murrey?»
«Di fare la scelta giusta, signorina Meredith, soltanto questo…»
Il carlino non finì di parlare che le porte del container si aprirono facendo entrare la luce dei proiettori esterni. Murrey puntò la pistola verso la figura che aveva aperto e attese di riuscire a vedere chi fosse.

Impiego quasi un’ora per raggiungere il container e quando arrivo nei pressi mi accorgo delle guardie che pattugliano la zona. Estraggo la pistola ed il coltello e cerco di capire i loro movimenti insieme alla costanza delle comunicazioni. Il primo che cade sotto la mia lama è uno scimpanzé: gli salto addosso da sopra un container e gli taglio la gola all’istante. Ho pochi minuti prima che si accorgano dell’assenza. Raggiungo il secondo scimpanzé e lo aspetto dietro un angolo, cerco di accoltellarlo silenziosamente ma mi respinge via. Sta per prendere la ricetrasmittente, ma gli lancio il coltello mandandola in frantumi. Lui alza il fucile mitragliatore, ma non gli permetto di sparare fiondandomigli contro. Lo sbatto su di una parete metallica un paio di volte, poi gli do una testata facendogli sgorgare il sangue dal naso. Mi gira sulla lamiera e mi tira un pugno al fianco seguito da una ginocchiata allo stomaco. Il colpo mi toglie il respiro e mi fa tossire piegandomi in avanti. Lo vedo caricare un calcio, ma lo fermo con le zampe spingendolo in avanti per farlo cadere; poi estraggo il coltello dalla sua spalla e glielo calo sulla fronte uccidendolo sul colpo.

Mi allontano appoggiandomi ad un container per prendere fiato. Il coltello è andato e non mi resta che usare l’ingegno con gli altri tre. Non faccio in tempo a pensare a qualcosa che tutte le luci del settore 5 si accendono, deve essere arrivata l’ora dello scambio. Corro in direzione del container e vedo uno degli scimpanzé chiamare più e più volte dei nomi al walkie talkie, devono aver anche capito che qualcosa non va con i loro compagni. Speravo di avere il tempo di eliminarne almeno altri due, quattro contro uno non sarà facile.

Arrivo al 44b7 da sopra un paio di container e vedo i grandi portelloni aperti con le tre guardie fuori con i mitra imbracciati. Sono allarmati e con i nervi tesi; poi sento un rumore metallico poco più lontano. Alzo le orecchie e cerco di analizzarlo: sembra una pietra contro una lamiera. Una delle tre scimmie parlotta con i suoi compagni e viene mandata da sola ad investigare. Avverto dei rumori dal container… sembra una colluttazione! Sfodero la pistola e tiro il cane, poi un colpo di arma da fuoco fragoroso viene dalla direzione in cui è andata la scimmia. Dopo poco le altre due si girano verso il container annuendo: altri colpi di arma da fuoco e delle raffiche a ripetizione. Ero lì lì per andare a vedere cosa stava succedendo, quando vedo dal container volare il carlino e impattare contro una colonna di cisterne prima di essere crivellato dai proiettili.

Stupito rimango a bocca aperta; vedo Meredith con le zampe legate dietro di sé ed un taglio sul viso...deve aver combattuto appena l’hanno liberata… Attendo con trepidazione l’uscita della seconda figura, ma ha il cappello e la giacca lunga. Tiene Meredith vicina e guarda nella direzione da cui arrivavano gli spari. Anche io m rivolgo da quella parte e vedo Gous dietro un angolo con la mano all’addome: perde sangue e ha un occhio chiuso dal dolore, ma ha ancora vita in corpo e ricarica il fucile a canne mozze. Dannata mangusta, gli avevo detto di starsene a casa. Lo vedo prendere un profondo respiro e poi uscire allo scoperto, puntando la pistola in direzione della figura che tiene Meredith in ostaggio. Gous sta per dire qualcosa, ma neanche il tempo di parlare che l’essere ammantato gli spara colpendolo al braccio con cui teneva la pistola. Si accascia a terra rotolando dietro un barile, stringo i denti ed il sangue freddo è ormai un tenue ricordo nella mia mente.

Salto dai container diretto sula figura. Meredith mi guarda e anche il tizio alza lo sguardo, mi punta la pistola contro e sento il sangue raggelare. Non doveva finire così! Rivolgo l'arma in avanti verso il tizio, il muso è coperto da un passamontagna, ma qualcosa nel suo sguardo mi fa tornare indietro nel passato. Nel momento in cui stiamo per fare fuoco Meredith lo spinge facendolo ruzzolare a terra. Arrivo sul cemento e sento un fortissimo dolore alla gamba seguito dal rumore di rottura. Chiudo gli occhi dal dolore e urlo. Meredith mi si avvicina, sento che mi chiede qualcosa...ma il dolore è troppo forte e mi annebbia i sensi. Apro un occhio e la vedo trascinare via, stringo la zampa e sento la mancanza della pistola...mi deve essere caduta quando sono atterrato. Noto la figura avvicinarsi e puntarmi la pistola contro, dopo aver colpito Meredith con un pugno.

«Mi dispiace, Signor Travis. Troveremo qualcun altro che faccia il lavoro al posto suo.» La voce è ovattata dal passamontagna ed il dolore alla gamba è troppo forte per pensare qualcosa. Penso proprio che sia finita per me. Guardo Meredith, le sorrido e chiudo gli occhi in attesa della fine.

Bang Bang Bang click, click… click…

 

Sento su di me qualcosa che gocciola. Quando pensavo alla morte, pensavo sempre a quel lungo tunnel con la luce in fondo, alla pace e alla mancanza di peso che la vita ti dà man mano che esisti... Non avrei mai pensato che morire fosse così… Apro gli occhi aspettandomi il tunnel, ma vedo Gous davanti a me con altri tre fori all’altezza del torace. I proiettili gli hanno trapassato la schiena… Mi sorride:
«Hei, eroe! Pensavi davvero di salvarla da solo?» Fa scivolare il fucile a canne mozze verso la mia mano e si riversa di lato, mentre la figura lancia via la pistola. Stringo i denti ed impugno il fucile, tendo il braccio verso di lui con l’arma carica, Meredith gli fa da scudo. La rosa dei proiettili è ampia e la vista è annebbiata, ma sono pronto a sparare... Se solo lei si spostasse un po'…

Rock non sparerà fino a quando non mi sposto dalla traiettoria, ma se non vado con questo tipo Samuel morirà! Ha già perso il padre... Cosa faccio???

Vai con il rapitore, salva SamuelProva a scappare

 

 




Avete colto l’indecisione di Meredith in fallo e avete scelto al posto suo. L’ultimo sondaggio è terminato con la vittoria di “Samuel”, quindi la gatta decide di andare con il rapitore e vedere quanto è profonda la tana del bian coniglio.

Il fucile a canne mozze trema, il dolore alla gamba mi fa tenere un occhio chiuso, ma ho aperto quello giusto per prendere la mira. Stringo i denti e butto giù un po’ di saliva. Vedo Meredith in panico: si guarda intorno, poi fissa Murray a terra contro la cisterna…respira ancora, ma non credo per molto. Vedo nei suoi occhi l’esitazione. Cerco di mettere a fuoco meglio il suo viso: sta cercando di dirmi qualcosa, ma non riesco a sentirla. Sulle sue labbra distinguo “Samuel… devo andare!” e sento una stretta al cuore quando, invece di spostarsi come avrebbe dovuto, muove dei passi indietro verso il rapitore per poi andare via con lui.

Punto ancora il fucile, magari è una manovra di Meredith, ma quando spariscono dietro la cisterna sento il fuoco della rabbia accendermi fino a dentro il midollo delle ossa. Urlo al cielo notturno e lancio il fucile a terra.

«Rock… Perché non hai sparato?» esclama Gous poco più in là con una voce singhiozzante. È ancora vivo, ma sento il suo sangue bagnare il pelo delle mie gambe.
«Non si è spostata, Gous, non si è spostata!!!» Provo ad alzarmi, ma appena mi muovo sulla gamba mi sento mancare…Dannazione, si deve essere rotta sul serio. Mi avvicino strisciando e cerco di capire come sta messo, però appena riesco a mettere a fuoco le ferite rimango stupito di come sia ancora vivo.
«Come sono messo? Non sento più quasi niente del mio corpo»
«Non bene amico… Ora chiamo l’ambulanza e ti portiamo in ospedale» Provo a muovermi per avviarmi, ma Gous mi tiene
«No… resta con me…»
«Ma…»
«Rock… ho passato la vita a fare lo scagnozzo, a guardare le spalle a ricconi e corrotti, ma solo con te mi sono sentito un eroe, anche se per poco, anche se mi ha portato a… questo. È stato un onore farti da spalla questa notte, Rock… Grazie…» Mi spira tra le braccia. Sul viso si apre il sorriso, mentre gli occhi si chiudono per l’ultima volta.

Tutti moriranno. Fino a quando avrò sangue in queste vene e piombo nella mia pistola nessuno avrà scampo… la pagheranno. Se questa città ha deciso che devo morire allora la porterò con me all’inferno.

«Ha fatto la scelta giusta…» Sento una voce rotta. Mi giro e vedo il carlino a terra con la schiena poggiata ad un container. Striscio fino ad una cassa e mi metto in piedi, anche se riesco a stare solo su di una zampa. Raccolgo la pistola da terra e gliela punto contro.
«Dove l’hanno portata? Parla! »
«Non lo so…» Tossisce sputando sangue «Salvala Rock… salva mio figlio… io non ho potuto… lui… lui… » Non riesce a finire la frase che cade di lato a peso morto.

Tutti… dal primo all’ultimo.

«Dove mi stai portando? E non spingere! Sto venendo con te se non l’avessi notato» Questo tizio mi continua a spingere, ora gli strappo gli occhi e mi faccio dire dov’è il ragazzo se non la smette.
«Avresti potuto spostarti, mi avrebbe ucciso e saresti libera. Perché?» mi dice lui mentre saliamo in macchina.
«Perché ho promesso di fare la scelta giusta e spero di averla fatta. Tu chi sei?» Non mi sembra un assassino questo qui. Possibile che uno del genere abbia imbastito tutto questo?
«Che senso avrebbe essere vestito così se poi le dico chi sono? Può chiamarmi Worf se proprio sente l’impulso di parlare.»
«Ma non è a capo di tutto questo…»
«No, mi hanno pagato per portarla al Froulin Palace sana e salva. Anzi mi dispiace di averla colpita prima. Se non si fosse mossa si sarebbe potuto evitare.»
«Con chi pensi di avere a che fare? Non sono una gatta facile.» Da qui rimane in silenzio. Guida la macchina fino ad arrivare alla città. Chissà come sta Rock… non mi sembrava messo bene… Forse non avrei dovuto spingerlo così forte a ‘sto qui, ma sono sicura che si sarebbero ammazzati a vicenda. Dannati maschi con il grilletto facile… Guardo fuori dal finestrino e vedo le luci dei lampioni scorrere davanti ai miei occhi. Mi metto comoda sul sedile, ci vorrà un po’ prima di arrivare.
«Fermati alla prossima cabina telefonica. Vorrei chiamare l’ambulanza per Rock e quel tipo che si è preso le pallottole al posto suo.»
«No.»
«La vedi questa faccia? Ti sembra una di quelle che fa domande? Non era una domanda. Fermati alla prossima cabina o ti trancio la gola.» Estraggo gli artigli felini giusto per far scena… meno male che ho fatto la manicure per la cena…
«Ok ok… ma non ti scaldare gattina o ti metto a nanna.»
«E pensi di averne la capacità, cosetto? Questa va bene.» Gli indico una cabina di emergenza a lato strada. Scendo dalla macchina e mi avvicino in fretta. Potrei scappare ora, lui è in macchina ad aspettarmi, ma non avrebbe senso allo stato attuale.
«Pronto! Richiedo un’ambulanza al porto. Ci sono feriti da armi da fuoco e uno Shiba incatenato ad una sedia. Mandate subito soccorsi!» Chiudo la chiamata e torno in macchina.
«Perché lo Shiba?»
«Se la persona da salvare ha i soldi arrivano prima… La teoria della mancia proporzionale!»
«Capisco. Grazie! Utilizzerò anche io questo metodo la prossima volta.»
«Spero tu muoia prima.» Riprendo a guardare il finestrino incrociando le braccia al petto. Sarà un lungo viaggio verso la città e questo non può dirmi niente di utile su Samuel. Sapevo che festeggiare il compleanno sarebbe stata una pessima idea!

Fine Capitolo 1

Per il secondo capitolo clicca qui!

Per eventuali dubbi su come procedere o sulle scelte, potete trovare il regolamento su questa nota!


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