Silver Eye Ch 1: Nuovi occhi

Di ombrelli, tritolo e morte

 

Mentre muoveva la mano sulle corde della chitarra, cercava di ricordare come era finito lì, sul marciapiede, a suonare: un uomo elegante e compito, come un lord inglese, gli aveva gentilmente chiesto di mantenere l'ombrello davanti ad un bar. Nella grossa asta dell'ombrello c'era circa un kilo di tritolo. L'uomo elegante entrò ricompensando l'atto con 5 euro anticipati. Attese per il tempo che doveva, ma nessuno uscì per almeno dieci minuti. Dopo di questi, in trenta secondi, si era ritrovato faccia a terra con un braccio dietro la schiena a pregare per la sua vita.
La polizia non ci va piano con gli uomini armati d'ombrello.

Lo avevano incappucciato e portato in questure diverse, in tutte gli chiedevano come aveva trovato quella roba e cosa volesse far saltare in aria e ogni volta rispondeva più o meno così:
"ma che cazzo... (pugno) io non so niente (pugno allo stomaco)... coff coff... c'era un tipo... (ah ha) uno vestito da nobile (continua) mi ha chiesto di mantenergli l'ombrello e... Dio, mi ha pagato... io l'ho fatto (pugno al fianco) ve lo giuro... davvero! (Cazzate, sei un terrorista di mmerda)"
Dopo di che si ripeteva la faccenda da capo in un'altra questura. Riusciva a riconoscere il cambiamento di zona solo dal diverso dialetto usato dai poliziotti. Questo fino a quando non lo portarono in un posto dove la gente aveva accenti esteri.

Questo era il caso in cui, dopo svariate torture, il soggetto veniva scoperto veramente innocente. Un caso “Raro” si potrebbe dire. Di solito, anche se sono innocenti, confessano l'inverosimile pur di far cessare le torture. Tuttavia a essere morto era morto, almeno per il mondo. Lo portarono nell'ospedale interno per curarlo da tutte le fratture che gli avevano provocato e lì l'uomo dell'Interpol si rendeva il più possibile disponibile nei suoi riguardi. Pensava che era un po' tardi per essere gentili dopo tutto quello che aveva passato, almeno fino a quando non gli iniettarono il siero.

Quando gli iniettarono il siero era disteso sul letto, aveva un camice a pois blu e celeste ed era intontito da svariate ml di antidolorifico. Invase il suo corpo in pochi minuti. Se si pensa invece al tempo dilatato di un drogato in shock psicofisico, si potrebbe spiegare con due ore di sofferenza in cui, dal primo millilitro, ha avvertito le fiamme divorare il braccio e proseguire nel resto del corpo. Quando è arrivato al cuore, per ultimo, le fiamme si sono trasformate in aculei di ghiaccio che penetrarono le sue ossa fino al midollo. Ma dall'esterno erano passati solo pochi, silenziosi, minuti.

L'agente dell'Interpol guardava il corpo contorcersi, sorrideva della sofferenza del paziente. Negli occhi dell'uomo scorrevano le immagini di altri pazienti, alcuni mori, altri asiatici. Tutti morivano sul colpo, nell'istante stesso in cui il siero entrava in contatto con il loro sangue. Sperava in un esito diverso questa volta. Guardò il medico dopo il primo minuto, gli sorrise. Il dottore fissava l'elettrocardiogramma e segnava sulla cartellina i picchi di battiti, 120, 150... Quando arrivò a centottanta iniziò ad accigliarsi; quando toccò i duecento sudò freddo; quando si fermò, tirò su gli occhiali e segnò l'ora del decesso.

Morto era morto, per il mondo sicuramente. Questo pensava il paziente sul letto, quando il ghiaccio aveva serrato ogni cellula del suo corpo. Gli aveva dato uno strano sollievo, strano perché non sentiva più niente, dolore, parole, i rumori dei macchinari. Niente, era lì, sicuro come non mai, di essere perfettamente stecchito. Caput, fine dei giochi. Aspettava il tunnel luminoso, dicevano che c'era quello quando si moriva, eppure, come un treno in Italia, tardava ad arrivare. Il medico gli chiuse le palpebre e in quell'attimo si sentì tirare verso il basso, come se il letto lo stesse fagocitando.

Si ritrovò in una camera nera che grondava una sostanza argentata e luminosa. Quando prese a camminare sentì il piede affondare in quella poltiglia densa… rabbrividì. Si chiese dove fosse, si guardò intorno e vide che la stanza non aveva via di uscita. Iniziò a respirare con affanno e con sempre maggiore difficoltà, qualcosa gli si era fermato in gola. Tossì e sull'argento iniziò a colare il rosso del sangue. Cadde sulle ginocchia continuando a tossire e a sputare sangue fino ad avere i conati di vomito. Quando accadde, quando la linfa rossa uscì dirompente e il corpo dissanguato si accasciò nell'argento vivo, il liquido prezioso invase il suo corpo.

Il medico stava per staccare la spina delle macchine quando il paziente spalancò, alzandosi, occhi e bocca, urlando. L'agente stava uscendo dalla camera quando sentì le urla, tornò sui suoi passi alla svelta. Lui si guardava intorno facendo ordine tra i pensieri confusi. Davanti ai suoi occhi scorrevano immagini, colori impastati e strani oggetti. Tra tutte distinse la figura di un ombrello. Il medico gli poggiò una mano sulla spalla facendolo adagiare di nuovo sul materasso. L'agente parlava con il medico, gli chiedeva i valori. Il paziente finalmente vedeva il mondo con occhi nuovi, con occhi d'argento e mentre li chiudeva e riapriva lentamente, vide la porta della camera aprirsi e da essa entrare una donna dai capelli argentato scuro come gli occhi, quegli occhi, i suoi occhi, avevano qualcosa di strano. Aprì e chiuse di nuovo lentamente le palpebre e l’argento scuro divenne rosso. Rosso come i rubini, rosso come il sangue.

Lei entrò, lui la guardò <<La signorina Alice sarà la sua tutrice>> disse l’agente. Rabbrividì.


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